29 Febbraio 2024

“Vanniaturi” e melodici ricordi

È quasi un diario, il saggio di Salvatore Grillo sulle Invenzioni melodiche di “vanniaturi” siracusani. Si tratta di una ricostruzione dettagliata dei ritmi vitali di Siracusa tra gli anni Venti e Trenta. 

“Al termine della guerra 1915-1918 – riferisce Grillo – Siracusa era rimasta racchiusa nell’isoletta di Ortigia, con le sue strade anguste e tortuose che s’incrociano dentro il perimetro dei lungomari. Lungo il prospetto del quartiere sorgevano chioschetti di legno e muratura per la vendita di rinfreschi, corredati durante le stagioni calde da tendoni e ombrelloni, al riparo dei quali si potevano trascorrere le interminabili serate estive a sorbire gelati e a chiacchierare fino a notte”. Immaginiamo Siracusa allora: piazza Pancali, l’ingresso ortigiano fino alla Darsena, e oltre il “Rettifilo”, l’attuale corso Umberto, che dal ponte giungeva al Foro Siracusano, “a quel tempo squallida campagna pietrosa e pantanosa”. Lì si snodava il passaggio alla terraferma, il passaggio ai due borghi: quello piccolissimo di S. Antonio, verso sud-ovest, e quello più consistente di S. Lucia, per intenderci “la borgata”, verso nord-est. Immaginiamo anche l’aria che si respirava in città: “Quieta, provinciale, anzi strapaesana, inondata dallo scirocco per buona parte dell’anno, vi si svolgeva una vita tranquilla, con le uniche varianti dei litigi quotidiani nelle viuzze e nei cortili, che diventavano cronaca cittadina, e delle feste popolari religiose animate da lunghissime processioni”. 

Accadeva soprattutto in certe festività, per S. Giuseppe, S. Lucia di maggio, S. Filippo, l’Immacolata, o per la vigilia dei Morti, che le strade e le piazze si animassero di venditori ambulanti: i cosiddetti “vanniaturi” di calia, simenza, nucidda, carrubbedda, favi, marruna, mustardi e mustazzoli. 

Il loro era come “un canto liberatore, a sollievo della fatica quotidiana e della propria misera condizione umana”. È con sapore nostalgico che l’autore ricorda certi richiami ambulanti, ad esempio quello del venditore di calia: “Uòh, chi nun’u sentiti ‘u ciauru di ‘sta gran càlia caura!”; oppure del venditore di cocomeri: “Tagghia ca jè russu, va’, tagghia! A pruova ci’u ramu ‘a prova!”. 

Caratteristica era “la voce del venditore ambulante di arancine, una delle poche – sottolinea Grillo – di cui si può stabilire la datazione, perché creata da un profugo di origine veneta – soprannominato il “triestino” – venuto a Siracusa durante la guerra del 1915-18”: “Arancini cauri! ‘A ciucculatella caura!”, con cui l’uomo robusto sottolineava la specialità del tipo di rustico con budino di cioccolato, invece che di ricotta. E ancora, la figura dei vanniaturi di giornali: “La Riscossa! ‘Anestu pupulari: La Riscossa”, raro esempio di vendita di news settimanali a carattere politico del primo dopoguerra. 

Poi c’era “’u luppinaru”, il commerciante di lupini, che risuonava tra i vicoli ortigiani nelle stagioni fredde. E un’ultima chicca degli anni Venti: la “vanniatina” per ritrovare un bimbo dato per disperso. 

Così Grillo riferisce: “Un tale, probabilmente vecchio mestierante esercitato in passato nella funzione di banditore pubblico, girava per commissione dei familiari del bambino smarrito e ai crocevia delle viuzze di Ortigia cantilenava: A cu’ avissi truvat’un picciriddu! Ca la mamma sò lu cerca!”. Descrivendolo anche nei minimi particolari: “Cu’ l’occhi niuri! Cu ‘i capiddi rizzi! Cu ‘a giacchetta virdi!”.

 Daniela Frisone 

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