29 Febbraio 2024

Enrico Cardile, il poeta che predisse la bomba atomica

Al di là del ponte di ferro, quello che divide Ortigia dalla terraferma, c’è un palazzetto dalle tinte rosa. Lì ha vissuto un personaggio di grande spessore culturale. Si chiamava Enrico Cardile ed erano gli anni Quaranta. A quel tempo il poeta messinese era già reduce da glorie e sconfitte. Cardile era nato alla fine del secolo diciannovesimo e insieme ad alcuni compagni di studi aveva fondato il Cenacolo simbolista a Messina. Aveva conosciuto Gian Pietro Lucini e con lui condotto una tenace campagna simbolista italiana, stretto e chiuso i rapporti con Filippo Tommaso Marinetti, pubblicato significative opere in poesia come Sintesi (1923) e in prosa la nota Antimanzoniana (1910), tradotto per primo in Italia Il Poema di Mallarmé (1920), e infine si era dedicato agli studi esoterici, alla Kabala, alla Teosofia e alla Cosmogonia.

La sua storia è solo in parte contemplata nei libri di letteratura italiana: spesso, in polemica con poeti e studiosi del tempo, Cardile aveva sofferto l’esilio dalla notorietà. Ma la sua tempra, il suo sapere, il verso agile e misterioso risuonavano ancora, dopo Palermo e Catania, nella città di Archimede. Andava per la sessantina, e i giornalisti della «Gazzetta» lo vollero in redazione: ne rispettavano il piglio aristocratico, le non comuni parole di saggezza. Accadeva a Siracusa, quando, tra letterati, intellettuali e giovani librai come Rosario Mascali, ribolliva la volontà di conoscenza al di là delle strettoie della vita quotidiana.

Cardile era reduce da pubblicazioni di grande meditazione filosofica: Il Trattato della Quinta Essenza (1924) ed Esegesi del Mistero Poetico (1931). Entrambi scritti che lo avrebbero portato a stendere il Rapporto sulle Cose Divine (ed. R. Mascali, 1946). A Siracusa, per l’appunto.

In questo saggio Cardile tradusse L’Archeometro di Saint Yves D’Alveydre, e all’opera del filosofo francese aggiunse i Quattordici Emblemi, i Misteri della lingua sanscrita, le Interpretazioni Bibliche, Il Libro Occulto e le Conclusioni di Pico della Mirandola. Tutti studi di estrema difficoltà interpretativa. Ma il fascino è ancora racchiuso lì, nei versi dietro cui si celano pratiche alchemiche e simbologie dalle forti valenze teosofiche.

Fu Glauco Viazzi, illustre critico letterario, a sottolineare come il poeta si fosse dichiarato «iniziato e Rabbi, sotto il trasparente anagramma di Eli Drac», e soprattutto come i suoi «poteri sacerdotali» riuscissero ad attingere, attraverso l’uso dei simboli, quindi della scrittura stessa, all’Assoluto. Nei suoi testi incontriamo il calice, il canestro, le rose, la città d’oro, tutte metafore di un’umanità che tenta di cogliere il Mistero. La nipote, Lucia Reale, autrice di una tesi di laurea su Cardile (a.a. 1966-1967), rilevò un episodio piuttosto significativo: «Nell’ultimo volume di liriche, che un grande editore gli aveva offerto di pubblicare, doveva essere inclusa la poesia “La Scienza”, che alcuni giornali nazionali avevano riprodotto per una strabiliante profezia».

Era il 1941, e Cardile in quella lirica aveva predetto la bomba atomica, invocando «pace e amore per l’umanità». Il volume non venne mai alla luce. Cardile si spense nel silenzio dieci anni dopo quella sconcertante premonizione. 

Daniela Frisone

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