21 Maggio 2024

Archimede, il mito di un uomo diventato immortale

Certe intelligenze meriterebbero l’immortalità. Pensate che della sua lo storico Fazello parlò in termini di “perfezione di ogni sapere umano”. Fu un ingegno unico, quello di Archimede: il suo nome attraversa i secoli nel campo della matematica, della fisica, della meccanica, dell’architettura e dell’astronomia. Si tratta di un personaggio che il mondo e la storia ci invidia.

Siracusa gli diede i natali, si pensa nel 287 a. C., e oggi chi costeggia il Parco Archeologico di Neapolis, sente il bisogno di ricordarlo per via della fantomatica tomba che per Cicerone era il vero sepolcro dell’inventore. Era il 75 a. C. l’anno in cui il filosofo romano, allora questore di Siracusa, ebbe a rimproverare i suoi abitanti per lo stato di abbandono in cui versava un luogo tanto importante.

Solo negli anni Sessanta vennero alla luce quei grossi blocchi di pietra e gli archeologi di allora poterono ben dire “Eureka!” quando venne rinvenuta un’urna cineraria che conteneva due sigilli d’oro, uno con l’incisione di due pesci su un rubino e l’altro con l’intaglio di una testa d’uomo provvista di diadema su una corniola. Di per sé la cosiddetta tomba di Archimede, come sottolineò Cettina Voza, può considerarsi “un colombario, cioè una camera sepolcrale di età romana provvista all’interno di due ordini di nicchie per la sistemazione delle urne cinerarie”. Attribuita, dunque, “per tradizione” al luogo dove fu deposto il corpo del genio nostrano.

È Plutarco a ricordare il suo piglio serioso: “quando lavorava dimenticava di mangiare e di bere” è un’immagine che probabilmente fotografa il momento in cui Archimede, immerso nei suoi pensieri, non si accorse neppure della presenza del soldato di Marcello che mise fine alla sua vita. Era il 212 a. C.  e pare che lo stesso console ne rimpiangesse la morte, tanto che la sua tomba ottenne gli onori dovuti anche attraverso l’incisione di un cilindro circoscritto a una sfera. Un segno di riconoscimento: il grande matematico, l’astronomo e l’ingegnere siracusano, giaceva lì. Oggi non si sa esattamente dove, ma forse questo non è il dilemma più insinuante.

Archimede, secondo Plutarco, “considerava vili e meschine la costruzione di macchine e ogni attività svolta per un vantaggio pratico”, invece “rivolgeva i suoi sforzi verso cose che nella loro bellezza e perfezione non hanno alcun contatto con la banale utilità pratica”. Questo potrebbe voler dire che, nel tempo in cui visse, il suo estro fosse rivolto a un campo a metà strada tra l’arte e l’ingegneria e che magari le sue opere più apprezzate non fossero tanto quelle di matematica pura, di cui oggi si riconosce la genialità. Forse Archimede fu un uomo non del tutto capito, come tutte le grandi menti della storia, che si dice attingano a un archivio celebrale ancora tutto da scoprire. Ci si trova di fronte a una personalità complessa e imperscrutabile, un po’ come per Michelangelo o Mozart: il senso arcano di chi vive in un’epoca alla stregua di un individuo di un tempo futuro. Si pensi alla famosa esclamazione di Archimede, “Eureka!”, urlata dopo aver intuito il principio fisico che spingeva verso l’alto il suo corpo immerso nella vasca da bagno. E ancora: “Datemi un punto di appoggio e vi solleverò la terra”, frase mitica riferita al criterio della leva. Poi gli argani a tre pulegge, che condussero in mare Syracusia, l’immensa e magnifica nave di Ierone II, costruita da Archimede per inviarla in dono a Tolomeo, re d’Egitto. Così la carrucola, la cosiddetta “coclea”, che serviva a irrigare i campi, le sfere che illustravano i moti dei pianeti e i loro aspetti, per finire ai leggendari specchi ustori, con i quali lo scienziato avrebbe dato fuoco alle navi romane che assediavano la città. Molte le storie, molte le verità miste a leggenda. A noi resta il pensiero di un grande uomo, di uno straordinario inventore di cui gli antichi amavano raccontare le imprese, con la timida consapevolezza che il suo genio debba essere ancora compreso.

Daniela Frisone

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