18 Giugno 2024

Anni ’70, quando a Siracusa si vestiva alla Tony Manero

260 mila dollari. Questa la cifra battuta all’asta di Julien’s Auctions per l’abito di Tony Manero ne La febbre del sabato sera. È successo a Beverly Hills circa un mese fa e la contesa tra chi si sarebbe accaparrato giacca, panciotto, pantaloni bianchi e camicia nera di un John Travolta che volteggia insieme a Karen Lynn Gorney sulle note di More than a woman, è durata quindici minuti. Gli anni Settanta sono stati anche questo. La storia di un ragazzo di Brooklyn in cerca della sua identità tra musica dance e voglia di riscatto.

In Italia quei gloriosi anni (che non furono solo anni di piombo!) si aprono all’insegna della legge sul divorzio. Una vittoria progressista che segnò profondamente la società italiana. Capovolse il senso della famiglia, e una ventata di cambiamenti attraversarò la vita di uomini e donne. Non fu risparmiata neppure la moda. I giornali siracusani del tempo registrano quel passaggio di costume, tra articoli di spessore politico e culturale e altri dai toni più colloquiali.

Se James Dean era stato un vero e proprio mito ormai in caduta libera, ecco che sul finire degli anni Settanta si affaccia il cosiddetto “travoltismo”: così gli psicologi chiamavano il fenomeno lanciato nel film cult del 1977. Citiamo lo spezzone di un articolo pubblicato da un giornale siracusano nell’estate del 1979: “Travolta si propone semplicemente come un ragazzo disimpegnato perché deluso da troppe promesse non mantenute dai politici, dalla scuola, dalla famiglia”. E ancora: “Il personaggio Travolta va inquadrato nel contesto sociale e culturale della discomusic, che oggi è più soft, ritmata, leggera, ballabile, stimolante, meno dura, meno aggressiva”.

Tony Manero, anche per i giovani siracusani di allora, non era solo camicia stretta e collettone, pantaloni a zampa d’elefante, piroetta e dito all’insù. Era il simbolo di una generazione che trovava un angolo vero e più personale nelle atmosfere della discomusic. Un angolo di piacere lontano da quello che veniva chiamato “sistema”. Così sottolineava l’articolo: “Il pubblico avverte un discorso semplice, romantico, personale. Semplicemente ci si dichiara in sintonia con un personaggio che ha rilanciato in tutto il mondo il bisogno di divertimento del “privato” sulle note di una musica trainante”.

Ma prima ancora del cinema, il mondo dei cantautori italiani diffondeva un messaggio forte tra i giovani di allora. Nel 1972 usciva l’album “Il mio canto libero”, un successso indiscusso per Lucio Battisti. La sua immagine apparve nelle trasmissioni televisive, ma non ancora per molto: i ventenni siracusani dal piglio intellettuale fecero in tempo a catturare il suo look sognante, la giacca di velluto, il foulard, i capelli arruffati. Uno stile che si associava facilmente a tematiche ambientali, ad emozioni quotidiane, storie d’amore all’ultimo respiro. Negli stessi anni, anche le idee politiche sposarono la moda. Così, le attiviste siracusane del tempo si riconoscevano dai camicioni, le gonne lunghe, gli zoccoli e la tracolla di cuoio naturale.

Daniela Frisone

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