18 Luglio 2024

«Haschisch», nel ’21 il periodico spregiudicato degli intellettuali catanesi

Si chiamava «Haschisch», nome disinvolto e impudente, e tra i periodici del primo ventennio catanese merita una particolare attenzione. Al di là della polemica che attirò l’interesse del pubblico e soprattutto degli intellettuali, fu una rivista capace di rappresentare le tendenze di un vero e proprio salotto letterario di gusto decadente. Il primo numero di «Haschisch» del febbraio del 1921 fotografava il contesto sensuale e misticheggiante di baudelairiana memoria, di cui Mario Shrapnel, esplosivo pseudonimo di Giovanni Melfi Majorana, era la mente ideatrice. Eccone la Presentazione: Fu nel salotto rosso di Simonella che nacque questa rivista di raffinati, di intellettuali baudaileriani e di futuristi. Simonella, mollemente sdraiata sul sofà turchino, ci ammaliava con la grazia del suo sorriso tra una boccata e l’altra di macedonia profumata di vaniglia. Etna, in un cantuccio ci leggeva diaboliche novelle e i suoi versi percorsi da possenti raffiche di sensualità morente in una mitezza virgiliana. Marletta sognava una pittura tutta sua e con gli occhi fiammeggianti ci parlava di Raffaello e del Tintoretto, facendoci balenare allo sguardo visioni iperboliche, allegorie dell’eterno dramma della vita. E il fumo dell’oppio saliva in lente volute, allontanandoci in giardini abitati da silfidi e da voluttuose Artemide.  

«Haschisch» per sei numeri ritrasse una Catania intellettualmente spregiudicata, immersa “tra tradizione e innovazione, tra sicilianismo e voglia d’Europa”, protesa verso quell’avanguardia di mezzo che Giuseppe Frazzetto ha individuato come “miscela fra simbolismo, florealismo e futurismo”. Sta di fatto che «Haschisch. Rassegna italiana d’arte», sin dalla prima uscita, si distinse per un evidente gusto estetizzante: un piccolo formato della copertina ricamata di perline di cristallo, ad opera di Giuseppe Marletta, in cui «pareva di vedere un’accolta di diamanti contendersi la luce», che a Mario Verdone ricordava quella della milanese «Poesia».

A quanto pare la prima uscita contò sulla diffusione di enormi manifesti colorati che tappezzarono i muri dell’intera città etnea; in più, la prima puntata de L’Album di Tsune-Ko, romanzo giapponese di Giacomo Etna (nella foto a destra), per via di alcuni passi giudicati amorali, subì un provvedimento di sequestro da parte del procuratore del re. Ciò non fece altro che provocare clamore e attenzione da parte del pubblico, nonché lo scatenarsi di una maggiore carica ribellista da parte della redazione. Di fatto la faccenda poteva considerarsi una trovata pubblicitaria, ma Shrapnel, Etna e Marletta misero i puntini sulle i e scrissero un testo di Difesa che rese il secondo numero più esplosivo del primo: C’è qualcuno che ha malignato che siamo stati noi ad attirarci addosso un simile processo. E non sa costui la nostra profonda ripugnanza per simili sudicerie; poiché noi speravamo affermarci con la sola forza delle nostre Idee. L’arte è per noi qualche cosa di più che meschino arrivismo: per noi soprattutto è sacerdozio. Abbiamo combattuto per l’arte nelle schiere del futurismo e altre battaglie intendiamo combattere per un nostro sogno di bellezza, per la completa libertà dello spirito. Pensi il Procuratore del Re quello che vuole e gli altri moralisti del suo genere: nessuna minaccia, nessun processo potrà arrestare l’opera nostra. Noi siamo figli della luce e tendiamo verso la sua fonte: il sole. Noi vogliamo abbeverarci lietamente alle pure sorgenti del sole.Sogghignino pure i topi delle biblioteche innamorati delle tele di aracne e della polvere che copre i millenari volumi; gridino pure i reazionari dell’arte contro la nostra divina giovinezza che erompe dalla terra vergine e vuole cantare il suo canto. Il più bello.

Daniela Frisone

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