21 Maggio 2024

Quelle signorine di casa Bianca Monti

La casa di tolleranza in via Molo la conoscevano tutti. Prima del 1958, cioè prima della legge Merlin sulle “casa chiuse”, era – in un ricordo del collega scomparso, Armando Greco – “u casinu ra Bianca Monti, il più noto della città, nei pressi dell’attuale mercato ittico, dietro i binari della Stazione Marittima”.

Due piani, mattonelle di ceramica con motivi floreali, lussuose carte da parati, tende, specchi, quadri e sculture di nudi femminili. Una fra tutte, la silhouette di una donna in marmo bianco: una scultura di Antonio La Monica, autore delle famose Quattro Stagioni che una volta abbellivano l’ex Palazzo delle Poste.

Sono passati dieci anni da quando ne dava notizia Arturo, fratello dell’artista siracusano: “Parliamo di sessant’anni fa: io ero farmacista e portavo le medicine a Bianca Monti, in via Molo. Lì, due volte a settimana, c’erano le visite mediche: passavano i dottori Cassia o Margherita e poi anche Farina. Quelli erano altri tempi! Per esempio, a Corso Gelone c’era una casa di tolleranza che ospitava ragazze talmente belle che quasi quasi ci voleva la raccomandazione solo per poterle guardare”.

Che tipo di donna era Bianca Monti? “Non era molto bella – raccontava Arturo La Monica – ma era forte, simpatica, alla mano. Noi giovani d’allora la conoscevamo tutti: spesso ci invitata a qualche festa con le ragazze della Casa… c’era una polacca che si era fatta mettere uno specchio sul soffitto della propria stanza, poi c’era una siracusana ripudiata dal padre colonnello perché era rimasta incinta”.

Altri tempi, certamente, ma entriamo nel vivo del “bordello” più famoso di Siracusa. Chi aveva meno di diciotto anni, era abituato a falsificare i documenti per entrarvi ma, essendo per lo più studente, si fermava al primo piano dove gli arredamenti e le ragazze erano di minor pregio. Per gli studenti, infatti, come per gli operai e i militari, la tariffa d’amore arrivava a 200 lire. Ma al piano superiore era tutta un’altra storia. Lì accedevano i professionisti, i commercianti e persino qualche prete in incognito: al secondo piano, lusso, bellezza e passione, costavano 360 lire. C’era Marcella la bolognese, Lulù la messinese, Wanda la barese, tutte maliarde e signore: sfoggiavano guardaroba elegante, lingerie raffinatissima e camerieri alle loro dipendenze. Erano bellissime e protette da un libretto sanitario che fungeva da passaporto per la “licenza d’amore”. Ma soprattutto erano come figlie per Bianca Monti che, nella memoria di chi la conobbe, si prodigava generosamente in loro favore.

La maitresse acconsentiva a una sorta di turnazione: ogni due settimane, per la cosiddetta “quindicina”, le sue ragazze sfilavano in carrozza, a viso scoperto, per le vie della città. Quella era la vetrina. La “nuova mercanzia” doveva essere ammirata dalla clientela, fino a notte fonda, quando il carosello ritornava alla Casa in via Molo. Lì le meretrici si mostravano in tutto il loro seducente splendore agli occhi dei frequentatori. In deshabillé o come mamma le aveva fatte, tra il fumo che impregnava poltrone e divani e le calde melodie delle orchestrine che accompagnavano il rituale. Infine la cassiera, che conosceva i gusti dei clienti, dava le dritte ad ognuna di quelle dèe di via Molo.

Daniela Frisone

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