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01/11/2026
12:02
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Mostri e leggende nella fantasia popolare siciliana, il mondo rurale e “u scantu” come racconto

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La fantasia popolare li ha partoriti e tramandati nel tempo. Chi se ne occupò verificandone le fonti e catalogandoli opportunamente fu il più grande etnologo e folklorista dell’Ottocento. Quel Giuseppe Pitrè che spesso ci viene incontro nella ricerca di tradizioni, costumi e storie di una Sicilia che fu.

Muddittu

Parliamo di mostri, che celano timori personali, paure collettive. Ancora oggi qualcuno li nomina un po’ per scherzo e un po’ per non dimenticare un passato che ci appartiene. Al primo posto c’è la marabbecca, presente nelle sembianze di un grosso anfibio e a volte anche di una brutta donna, che in tempi remoti le massaie siciliane immaginavano confinata nei pozzi, nelle cisterne. Così alimentavano la preoccupazione dell’incognito, dell’oscurità, inducendo i propri figli ad aver cura di non sporgersi troppo quando si recavano a prendere l’acqua.

Biddrina (biscia nera)

Il mondo rurale ha sempre dato retta agli “scanti”, trovandone anche rimedi, sanandoli con formule e pratiche magiche tramandate per generazioni in precisi giorni dell’anno. Dunque la campagna non era sempre il luogo protetto. L’idea della fitta boscaglia, di territori lontani e desolati, diventava nelle menti dei contadini lo specchio di posti pericolosi capaci di accogliere piccoli esseri nefasti, ad esempio folletti per lo più dispettosi, in grado di manifestarsi in modo improvviso per difendere il proprio habitat da presenze estranee.

Mudditti è il nome con cui venivano designati dei satiri, metà uomini e metà capre. C’è chi li immagina coperti da lunghi mantelli neri e da quei morbidi cappelli rossi, che qualcuno ancora oggi afferma di rintracciare in certe case abbandonate del messinese. La fama di questi folletti è spesso legata a fatti spiacevoli, incidenti, ferite più o meno gravi e infine anche alla morte.

u sugghiu

La biddrina, invece, potrebbe somigliare a un grosso serpente d’acqua oppure a un’orribile creatura a metà strada tra un coccodrillo e un drago. La tradizione riconosce la sua presenza nelle campagne umide del territorio nisseno e consegna alla storia contemporanea la reale possibilità che una comune biscia, rimasta nascosta per sette lunghi anni, possa tramutarsi nel fatale animale, gigantesco e sanguinario, capace di divorare agnelli, capretti ma anche bambini. La palude è il suo nido preferito, le acque sulfuree pare accrescano la sua terribile forza. Ma c’è di più: ha il potere di attirare chiunque incontri incantandolo con un solo sguardo.

Tra i mostri più feroci e inquietanti che ha partorito l’immaginazione isolana spicca u sugghiu. Particolarmente conosciuto nella zona del catanese, la frase che lo rappresenta di più è “nun jiri dda ca veni u sugghiu e ti pigghia”. Questo essere viene per lo più rappresentato come un mix di rettile, uomo e mammifero. Si dice che sia lungo due metri e ricoperto da squame verdi e da un’enorme criniera. Spaventoso ne è anche il verso, ricorda quello di un maiale e di un asino insieme. Si pensa che riesca ad avvicinare diversi tipi di animali per divorarli, questo perché il suo stomaco è in grado di sopportare qualsiasi peso, anche quello delle pietre.

La leggenda del sugghiu nasce nell’Ottocento ma non fatevi ingannare: di recente qualche fatto di cronaca lo riconvoca nei pressi del borgo di Torre Archirafi. Da qui la nomea di sugghiu da Turri.

Daniela Frisone

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