In un articolo del 1989 pubblicato sulla «Gazzetta del Sud», Nino Genovese per la prima volta rivelava le origini di una delle star del cinema muto italiano: Menichelli Giuseppa Jolanda, in arte Pina Menichelli, figlia di Cesare e Francesca Malvica, antica famiglia di teatranti siciliani, era nata a Castroreale, nel messinese, il 10 gennaio del 1890. Perché ci piace ricordare una tale scoperta?

A chi importa oggi che una donna che animò le sale cinematografiche del Ventennio venga scomodata e in un certo senso riesumata dall’oblio imperante? La risposta è che la Menichelli era brava, oltre a essere bella, di una bellezza originale: pensate che ai suoi tempi era chiamata femme fatale, di quelle iconiche che bucano lo schermo o il foglio di giornale.
Il volto diafano, bionda, occhi azzurri. Difficilmente riconducibile al tipo siciliano, ecco perché nessuno avrebbe scommesso sulle sue origini isolane. La leggenda, racconta Genovese, comincia una sera del 1914 in una saletta della torinese “Itala Film”. Il produttore e regista Giovanni Pastrone, visionando i film delle case cinematografiche concorrenti, in Scuola d’eroi di Enrico Guazzoni della “Cines” romana vede una tamburina bionda dagli occhi chiari che contro ogni regola punta lo sguardo in macchina. Colpito dalla visione, Pastrone fa di tutto per rintracciarla.
Grazie a quella intuizione la Menichelli interpretò Il Fuoco (1915) e Tigre Reale (1916), dando seguito a un sogno in bianco e nero. “Questi due film – sottolinea Genovese – conquistano alla Menichelli un posto significativo nell’Olimpo delle dive, imprimendole quel marchio di donna fatale ed affascinante, che caratterizza la sua personalità artistica”.

Dopo l’esperienza alla Itala, l’attrice decise di passare alla “Rinascimento Film” del Barone Carlo Amato, che sposerà nel 1930. Per la casa cinematografica romana, Pina interpreta alcuni film in stile romantico per cui si presenta ribelle oltre che accattivante, suggerendo così uno stile di recitazione al femminile più emancipato. Di fatto si confronta anche con ruoli comici e brillanti, ne La Dame de Chez Maxim (1923) e Occupati di Amelia (1925), pellicola in cui recitò il suo ultimo personaggio.
La Menichelli – che la critica acclamava come “flessuosa, armoniosa, sensuale, di una bellezza inquieta e provocante, nata per i film dall’amore insaziabile e crudele” – decise a poco più di trent’anni, dunque all’apice del successo, di abbandonare la scena per non incorrere in un patetico tramonto da attrice consumata. Una convinzione che oggi accenderebbe una lunga polemica considerati i tempi dilatati di alcune star del cinema contemporaneo. Eppure quel gesto riassunse il carattere temprato, deciso, chiuso, lo stesso che avrebbe portato Pina, agli inizi degli anni Ottanta (morirà nel 1984), a non concedere allo storico del cinema Vittorio Martinelli alcuna dichiarazione, dato che alla sua età si aveva solo “il dovere di dimenticare”.
Daniela Frisone




