Lo scrittore siciliano guarda il passo, scompone il corpo, inventa uno stile attraverso l’utilizzo di particolari. Come le scarpe, che diventano oggetto e simbolo di una letteratura d’eccezione. La calzatura smette di essere solo un pezzo di raso, uno scampolo di cuoio. Diventa lente d’ingrandimento per parlare di confine sociale, maschera del potere, inganno delle convenzioni borghesi, immobilità del desiderio.

L’excursus che vi proponiamo vi farà viaggiare nel mondo dei grandi autori puntando ai piedi di quei personaggi che hanno reso celebri i loro capolavori letterari. “…e la Diodata, coi piedi nudi e neri come il carbone, che andava e veniva per la casa… mentre le figlie dei galantuomini, colle scarpette di prunella, non mettevano il piede a terra per non sporcarsi”. Giovanni Verga in Mastro Don Gesualdo racconta i disagi della serva e amante del padrone. Il suo lavoro a piedi nudi, in casa o nei campi, sfida l’abbigliamento delle signorine del paese che invece portano scarpe zuccherose e immacolate.
Piuttosto, nell’architettura spietata de I Vicerè, De Roberto utilizza l’abbigliamento, e dunque anche le calzature, come strumenti per ingannare lo sguardo di chi osserva. Pertanto sussurra: “Tutto, in quella casa, era calcolato per incutere rispetto e timore; anche l’abito, anche le scarpe pesanti di donna Ferdinanda parevano fatte apposta per calpestare ogni debolezza…”.

Chi invece trasforma la scarpa in una prigione anatomica è Luigi Pirandello. Per lui è la forma borghese che soffoca la vita. Difatti il suo occhio scava in modo ossessivo nell’elastico rotto, la calzatura di una misura troppo stretta, tragicamente indossata per salvare le apparenze. Nelle Novelle per un anno alcuni dettagli raccontano della ragazza costretta a indossare abiti e scarpe da adulta che le fanno male, oppure si insinua l’immagine del decoro borghese decaduto come nella novella Tutt’e tre: “Aveva ai piedi un paio di vecchie scarpe con gli elastici sfiancati, scarpe da uomo, troppo larghe, che la facevano camminare strascicando… e in quelle scarpe c’era tutta la mortificazione della sua vita”. Se in Pirandello la scarpa è deformazione, in Tomasi di Lampedusa diventa reliquia sensoriale di un mondo in via d’estinzione.
Ne Il Gattopardo lo scrittore accarezza con lo sguardo le scarpette in raso, i tacchi delicati, le calze di seta. Nel famosissimo ballo lo scrittore lascia intravedere le fibbie e i nastri incrociati. “Le scarpe di Angelica – poi – filtravano leggere sul marmo come un sigillo di conquista”.
Con Vitaliano Brancati infine ci spostiamo verso la galanteria di facciata, il feticismo erotico, il voyeurismo all’ennesima potenza. Il “bel sesso” che letteralmente sfila sotto gli occhi del “gallo” celebrale e pigro, porta sempre scarpe alla moda che denunciano l’aspirazione a una posizione cittadina. In Don Giovanni in Sicilia le donne vengono descritte nei minimi movimenti e accessori: “Le signore passavano lente, con quel lusso pacato e un po’ sonnolento delle domeniche catanesi… i piccoli piedi calzati con civetteria, i tacchi che battezzavano il ritmo di una conversazione interrotta, mentre gli occhi dei giovani si accendevano di una noia disperata e famelica”. Ecco l’affresco seduttivo di un mondo immobile di provincia.
Daniela Frisone




