Ntra maritu e mugghieri, non ci vòlunu cunsigghieri. Un proverbio che apre una finestra sulla vita di un tempo. Poiché nelle parole tramandate dalla tradizione popolare si annida la saggezza delle case, il sapore ironico di certi dialoghi familiari, le regole di una società in cui il matrimonio, quello di un secolo fa, era molto più di una scelta privata. Era un accordo tra famiglie, una questione economica che marchiava a fuoco la vita di un uomo e di una donna.

A raccogliere il patrimonio dell’antico buonsenso fu Giuseppe Pitrè, medico palermitano, ricercatore delle tradizioni popolari, che nel 1880 pubblicò i suoi Proverbi siciliani, confrontandoli con quelli di altri dialetti italiani. Qualche anno prima, nel 1868, Antonio Traina, filologo e scrittore, anche lui palermitano, aveva dato alle stampe il Nuovo vocabolario siciliano-italiano, registrando parole, modi di dire ed espressioni della vita quotidiana.
Il lavoro di questi studiosi ha fatto sì che molte frasi nate durante le conversazioni di ogni giorno giungessero fino a noi. E così, il detto Tra moglie e marito, non ci vogliono consiglieri, ci parla del matrimonio che non assicura il lieto fine a un fidanzamento. Un tempo alle nozze si giungeva senza amore, le unioni erano preordinate, combinate, soprattutto per i ceti più abbienti. Dunque, dopo la celebrazione, c’erano passaggi temibili, la convivenza, le abitudini da condividere, i caratteri da conoscere, sopportare. Si scopriva molto presto che all’amore non si può e non si deve comandare. Da qui il detto u maritu senza affettu è comu la casa senza tettu. Espressione semplice e potente, restituitaci da Traina, che ci parla di intimità ma anche di dovere coniugale. Un terreno particolarmente fragile, ricco di capillari emotivi. Chi si maritava firmava quasi una condanna.

Parliamo di ragazze, in genere giovani, giovanissime, che dovevano essere pronte a soddisfare i desideri di un marito troppo spesso non amato, ma comunque temuto. Gli uomini siciliani del secolo scorso, quelli di almeno settant’anni se non ottant’anni fa, si sposavano con una sorta di garanzia di pudicizia. I rapporti coniugali venivano consumati senza oltrepassare quei limiti che invece potevano ampiamente essere superati in relazioni clandestine, nella misera stanzetta di una qualche prostituta o meglio ancora nelle camere accoglienti delle case chiuse. Ma non tutte le coppie soffrivano di certi tabu, non tutte vivevano di finti sorrisi di giorno e rospi ingoiati la notte. Poteva capitare, capitava più spesso di quanto non si immagini, che la mugghieri era la mità di lu maritu, e con questa espressione si esaltava la profonda armonia della vita di coppia. Ma non edulcoriamone il significato, anzi, cerchiamo di analizzarlo per quello che realmente poteva significare.
Oggi un giudizio contemporaneo attribuirebbe alla frase un’idea di complementarietà tra marito e moglie, un’idea che nella realtà di un secolo fa significava piuttosto pace, prosperità, sacrificio, accettazione, rispetto dei ruoli. Si riusciva a tenere in piedi una casa, una famiglia perché l’amore era un pane spezzettato giornalmente a ciascuno dei suoi componenti, con bocconi a volte amari a volte dolci. E di questa mensa la donna era la dispensatrice, la consigliera, la protettrice, colei che “se era buona, faceva buona la casa”.
Daniela Frisone




