Non c’è nulla di artistico in quello che stiamo per raccontare. Anche se la cultura c’entra, eccome. Una cultura che emana la nostra Isola e ostenta bellezza mista a un grande dolore. Uno dei luoghi naturalisticamente più belli del ragusano, Acate, dove la marina effonde il suo azzurro tra sterpaglie e sabbia fine, tra il libero e l’abbandonato: avete presente quelle porzioni di mare che sembrano uscire da un giallo del Commissario Montalbano? Eccole, tra colline e cielo basso, odore infinito di spiaggia incontaminata, case e casuzze che si perdono nelle trazzere di confine e nidificano un non so che di zittito, al limite con un mistero camilleriano. Il non so che, per dirla tutta, sembra aver a che fare con un forte odore di lavoro forzato. Quello che proviene dalle serre, filari di plastica, la cosiddetta fascia trasformata.

Non si parla di lusso qui, per niente, qui si parla di sfruttamento di uomini che svolgono il lavoro di bracciante, dentro esistenze misere e depresse condivise con i propri familiari. È un miscuglio terrificante se pensate che tanta grazia – paesaggi incantevoli nell’Isola più grande e luminosa del Mediterraneo – si sposa controvoglia a storie di vita insana e degradata. Li chiamiamo echi oscuri di mare, provengono da onde vicine e lontane, dall’est come dal Maghreb, o dall’Africa più a sud, più giù di un mondo di sogni e fame. Ci sono famiglie qui, tra file di pomodori e melanzane, che vivono di poco, di niente in verità, tante ore di lavoro, trenta o trentacinque euro al giorno da portare in baracca, dove abitano bambini dal futuro quasi inesistente, fortemente precario.
L’uomo in bicicletta, sui suoi sandali che pedalano sopra un terreno non del tutto sterrato, col sole forte, giorni e giorni di fatica e la reale possibilità di cadere vittima di incidenti casuali, si alza al mattino presto, prestissimo per andare a lavorare. Deve portare avanti quella baracca, che significa bocche da sfamare. Ma accanto al dovere, accanto ai fabbisogni suoi e di sua moglie, dei suoi bambini, esiste una vita che riverbera quell’indimenticabile traversata, l’addio a un villaggio lontano, ai volti fraterni che chissà quando ci sarà modo di incontrare.

Quella vita ha a che fare con pensieri di crescita, con assistenza, educazione, istruzione, con sogni da realizzare. Ecco perché alcune delle organizzazioni umanitarie più famose parlano di bambini invisibili, figli di braccianti che vivono ai margini, in un posto in Italia che non sembra Italia. E per loro negli ultimi anni conducono straordinari progetti di riscatto, per quelle gambette che scorrazzano senza diritti, per quelle testoline senza quaderni e senza storia, e loro mani che dovrebbero sfogliare libri, impugnare matite per difendersi dal mondo, invece rovistano tra ortaggi e rifiuti ambientali. Senza gioco, senza un domani. Loro, i bambini della fascia trasformata sono quattro mila e sappiate che hanno diritto a tutte quelle cose che accompagnano l’esistenza umana: dalla culla al banco di scuola, cure mediche, università, un impiego dignitoso. Non disperiamo però. C’è chi lavora per loro e lo fa con grande forza e determinazione. Affinché i sorrisi da quelle parti non siano solo cinematografici.
Daniela Frisone




