La verità sulle truvature non sarà mai svelata. Ciò che però ci induce a concludere questo ciclo di racconti è la ferma convinzione che dietro certe credenze si nasconda il vero tesoro di una terra ricca di chiaroscuri come la Sicilia. Pensate a come certe truvature vengano spignate, cioè smagate, risolte insomma, attraverso il sacrificio, talvolta anche umano.

Di alcune se ne sa più di altre, come ad esempio quella legata al territorio di Borgetto, nel palermitano, dove per scovare l’oro bisogna trovare tre uomini che abbiano lo stesso nome e cognome, ovvero tre Santi Turrisi, nati in tre città capitali (del Regno, dice la leggenda). Poi si faccia di tutto per rintracciare una giumenta bianca, che è necessario uccidere per prenderle le interiora, che si mangeranno a mo’ di frittelle. E qui si giunge all’immolazione, quella più cruenta, in quanto i tre Santi vanno ammazzati.
Così nelle Leggende popolari siciliane Salomone Marino rievocava a suon di versi: Lu scavu voli sangu / sangu si cci havi a dari / li tri Santi Turrisi / ‘ntra un bottu hannu a cascari”. Eppure, il resoconto del Pitrè sui tesori nascosti in Sicilia mette in guardia: non si è mai certi che, pur compiendo tutti i passaggi sanguinari, colui che snida le ricchezze possa trovare la via d’uscita. Molto spesso infatti, in materia di truvature, si viene a sapere che spesso ad essere ucciso è proprio l’uomo a cui è affidato il tesoro, con cui il designato viene letteralmente seppellito.

Bisogna anche considerare che la morte di qualcuno in un preciso sito, nella tradizione popolare, ha sempre indicato un lascito importantissimo. Secondo l’antropologo Giuseppe Cocchiara “nel disincantare un tesoro o nell’incantarlo compare, insistentemente, l’uccisione di un essere umano proprio sul punto dove deve sorgere una capanna o una casa. L’uccisione ha lo scopo di dar forza e stabilità alla costruzione”.
Queste pratiche andrebbero a iscriversi nei cosiddetti “sacrifici di fondazione”, si tratti di città, ponti, fortezze, edifici, utilizzati nelle società del passato per suggellare un luogo con il corpo (o solo una parte) della vittima, che veniva letteralmente sepolta nelle fondamenta. È interessante notare che si tratta di un rito molto diffuso nelle culture di tutto il mondo. L’idea è quella di garantire alla nuova costruzione la presenza di uno spirito custode, di una specie di genius loci, che assicurerebbe una sorta di protezione.
Così, nel caso delle truvature, che sembrano muoversi per similitudine con le prassi di fondazione, l’estinzione di qualcuno, che poi andrebbe a diventare il custode del tesoro, non sarebbe altro che la trasformazione di un essere umano, ovvero la sua traslazione da una dimensione terrena a una fatata, dunque sospesa. Una scomparsa che per il ricercatore diventa presenza immaginifica, al pari dello gnomo, del moro, del serpente oscuro, forse perché è dalla paura che sorge il coraggio, e dal sangue una nuova vita.
Daniela Frisone




