I sindacati: “Solidarietà al personale polizia penitenziaria della casa circondariale di Siracusa “martoriato” dal sistema inerme che da tempo vige presso quel penitenziario nonostante viarie visite e coinvolgimento da parte delle figure istituzionali competenti”.
Carcere di Cavadonna. Sono ancora sgomenti gli uomini della Penitenziaria e oggi i loro sindacati di categoria, Sappe e Sinappe, gli danno voce. Senza caschi, senza protezione, hanno affrontato la massiccia rivolta dentro il carcere. E’ accaduto giovedi scorso. Fatto ormai noto, anche apparso sui social. Un fatto che, per il sindacato, avrebbe dell’inverosimile. Ecco la lunga nota: “Quanto accaduto giovedì scorso, ormai di dominio pubblico, ha dell’inverosimile: mandare appartenenti al Corpo della Polizia Penitenziaria sopra i tetti con i soli scudi, senza la possibilità di difendersi dagli attacchi fisici subiti, o di proteggersi adeguatamente con il casco, è aberrante e non ha precedenti. Un Comandante ha il dovere di tutelare i propri uomini, senza mandarli allo
sbaraglio. Invece, i fatti accaduti parlano chiaro: circa 11 colleghi sono stati mandati sui tetti con il solo scudo, senza casco a mani nude, una ovvia mancanza di strumenti che avrebbero garantito una maggiore sicurezza e una concreta possibilità di difesa, considerato che gli stessi venivano ripetutamente colpiti dai rivoltosi con armi bianche. Le assenze giustificate degli appartenenti al Corpo della Polizia Penitenziaria collusi nell’operazione inciderà ancor di piu’ sulla carenza di personale che già era precaria .
“Gladius legis custos”, recita il famoso motto latino: “La spada è la custode della legge”. La nostra Polizia Penitenziaria, che lavora purtroppo in condizioni difficili e che spesso è oggetto di violenze, ha il diritto di difendersi e, se per farlo sono necessarie anche le armi, ciò rappresenta una garanzia per il rispetto delle leggi e per la sicurezza. Le continue aggressioni presso il carcere di Cavadonna non possono diventare la normalità. Chi, ogni giorno, come la Polizia Penitenziaria, garantisce all’interno delle carceri l’ordine e la sicurezza deve poter lavorare in condizioni tali da tutelare la propria incolumità personale e non essere trattato come carne da macello”.
Raccogliamo anche l’appello pubblicato sui social dalla moglie di un poliziotto penitenziario di Siracusa, che quella maledetta sera era lì: “Non pubblico questo video per creare odio, né per puntare il dito contro qualcuno. Lo pubblico perché dietro una divisa ci sono persone. Ci sono uomini, mariti, mogli, padri, mamme, figli, insomma famiglie che ogni giorno aspettano che il proprio caro torni a casa. Mio marito era uno dei poliziotti aggrediti durante la rissa nel carcere di Siracusa. Dietro quelle immagini che scorrono sullo schermo, per molti può esserci soltanto una notizia. Per noi, invece, c’è la paura, l’angoscia e la consapevolezza che quella persona che ami avrebbe potuto non tornare a casa. Chi lavora in un carcere affronta ogni giorno situazioni difficili e rischiose. Non chiedo privilegi. Chiedo soltanto che venga riconosciuto il valore di chi indossa una divisa e che vengano garantite condizioni di sicurezza adeguate a chi svolge questo lavoro. Questo video vuole essere un appello alla sensibilità e alla responsabilità: non aspettiamo che accada qualcosa di ancora più grave prima di intervenire. Dietro ogni divisa c’è una vita. Dietro ogni poliziotto c’è una famiglia che aspetta di riabbracciarlo”.
Anche i sindacati della Polizia Penitenziaria non intendono puntare il dito contro il Comandante che ha coordinato le operazioni di quella sera. “Vogliamo, però, che, qualora venisse accertato che il Comandante abbia commesso degli errori, questi ne risponda personalmente, così come troppo spesso viene chiesto al singolo collega (soldato di truppa) di rispondere delle proprie responsabilità. Noi non vediamo nei colleghi semplicemente degli iscritti, ma padri, madri, mariti o mogli in divisa, persone che hanno una famiglia a casa che li aspetta, nella paura e nell’angoscia. Come SAPPE e SINAPPE chiediamo che vengano accertate tutte le responsabilità e, in particolare, la natura e le eventuali conseguenze del possibile errore di non aver dotato i poliziotti comandati di casco, dispositivo di protezione che avrebbe potuto garantire loro una maggiore sicurezza, e di valutare il senso di averli mandati sui tetti, senza misure di sicurezza. Chiediamo inoltre che venga valutata la circostanza secondo cui i detenuti presenti sui tetti sarebbero stati armati di oggetti atti a offendere, le così dette armi bianche, mentre gli appartenenti alla Polizia Penitenziaria erano a mani nude, con il solo ausilio dello scudo. È pertanto necessario accertare se il Comandante abbia commesso errori nella gestione e nel coordinamento delle operazioni, tali da aver potenzialmente
compromesso, la sicurezza dei Poliziotti e anche l’immagine e il prestigio del Corpo.
“Chiediamo in particolare, se le modalità con cui sono stati impiegati gli agenti abbiano determinato una ridotta capacità operativa dei poliziotti mandati ad affrontare, sui tetti, detenuti facinorosi e rivoltosi, mentre questi ultimi disponevano di oggetti atti a offendere. Riteniamo che, a questo punto, debbano essere accertate tutte le responsabilità e, qualora emergano condotte o omissioni incompatibili con l’incarico ricoperto, vengano adottati i dovuti provvedimenti, che il caso ne richiede . Restiamo vicini ai colleghi coinvolti e alle loro famiglie, che hanno il pieno diritto di essere preoccupate per quanto accaduto e che chiedono, legittimamente, sicurezza, tutela e rispetto per chi ogni giorno indossa la divisa della Polizia Penitenziaria”.




