Sovraffollamento, carenza di personale, visite mediche saltate, caldo, cimici e condizioni igieniche difficili. Giovanni Villari, garante dei detenuti del carcere di Cavadonna, interviene dopo le tensioni esplose tra la fine di agosto e i primi giorni di settembre: «Il carcere non deve punire due volte. La dignità di chi lavora e quella di chi è ristretto devono essere tutelate insieme».
SIRACUSA – «Quello che sta accadendo non è il risultato di due o tre giorni di tensione. È l’insieme di una serie di problemi, sofferenze e precarietà che si sono accumulati nel tempo».
È questa la lettura di Giovanni Villari, garante dei diritti delle persone detenute del carcere di Cavadonna, intervenuto ai microfoni di TamTamTV dopo la rivolta e le forti tensioni registrate nell’istituto penitenziario siracusano tra gli ultimi giorni di agosto e l’inizio di settembre.
Villari parte da un principio che, a suo giudizio, deve restare centrale anche nei momenti più difficili: la tutela dei diritti e della dignità della persona, sia essa detenuta o appartenente alla Polizia penitenziaria.
«Le violenze sono state tante e sono inaccettabili – sottolinea – ma bisogna anche evidenziare che esistono richieste avanzate pacificamente dai detenuti alle quali, in alcuni casi, non sono state date risposte ritenute esaustive. Dall’altra parte ci sono la Polizia penitenziaria, la direzione e l’amministrazione, che devono garantire sicurezza e rispetto di regole precise e che non sempre possono concedere ciò che viene richiesto. Queste due esigenze devono prima o poi trovare un punto di equilibrio».
Sovraffollamento e condizioni difficili
Tra i principali problemi segnalati dal garante c’è quello del sovraffollamento.
Secondo quanto riferito da Villari, nel carcere sarebbero presenti circa 700-730 detenuti a fronte di una capienza di 545 posti, una situazione alla quale si aggiungono le difficoltà legate alle elevate temperature estive e alle condizioni igienico-sanitarie di alcuni ambienti.
«C’è il caldo soffocante e insopportabile, ci sono le cimici da letto, che segnalo nelle mie relazioni ormai da anni, e recentemente sono comparsi anche dei topi. Tutte queste situazioni non fanno altro che accumularsi su stati d’animo già fortemente provati».
Per il garante sarebbe necessario intervenire in maniera radicale sulla sanificazione degli ambienti.
Una delle ipotesi già discussa anche in sede prefettizia sarebbe quella di svuotare progressivamente le sezioni, piano per piano, effettuare una disinfestazione e una sanificazione completa attraverso ditte specializzate e successivamente riportare i detenuti negli ambienti trattati, procedendo poi con le altre aree dell’istituto.
«In un mese saltate circa 50 visite e interventi»
Un altro elemento particolarmente delicato riguarda l’assistenza sanitaria.
Villari riferisce che numerose visite specialistiche e interventi programmati sarebbero saltati a causa della mancanza di personale disponibile per effettuare le scorte e accompagnare i detenuti nelle strutture ospedaliere.
«È stato segnalato che in un mese sono saltate circa 50 visite o interventi chirurgici programmati perché non c’era la scorta per accompagnare il detenuto. Bisogna immaginare la sofferenza di una persona che ha dei dolori e non può ricevere il trattamento previsto».
Una situazione che, secondo il garante, diventa ancora più delicata considerando la presenza all’interno del carcere anche di detenuti anziani, alcuni con più di 60 anni e altri vicini ai 70.
La carenza degli agenti
La crisi, però, non riguarda soltanto la popolazione detenuta.
Villari richiama infatti l’attenzione anche sulla carenza di personale della Polizia penitenziaria, una situazione che a suo giudizio si trascina da molto tempo.
«Gli agenti sono pochi, ma lo sono già da tanto tempo. Sono stanchi e sottoposti a uno stress enorme. Ci sono operatori che per ragioni fisiche o psicologiche non riescono più a sostenere determinati carichi di lavoro».
Meno personale significa, secondo il garante, meno attività, meno accompagnamenti, maggiori difficoltà nel garantire sicurezza, tutela e regolare svolgimento della vita all’interno dell’istituto.
«Tutto questo – osserva Villari – trasforma il carcere in una polveriera».
«I detenuti non possono restare fermi 24 ore su 24»
Tra le priorità indicate dal garante c’è anche la necessità di incrementare le attività trattamentali e ricreative.
«I detenuti non possono stare fermi dalla mattina alla sera, 24 ore su 24. Le attività sono poche rispetto al numero delle presenze. Bisogna garantire immediatamente almeno quelle minime, insieme a una diversa attenzione all’igiene e all’assistenza».
Villari evita invece di indicare responsabilità personali o di invocare provvedimenti punitivi indiscriminati.
«Non voglio colpevolizzare nessuno, perché non credo che ci sia malafede nelle persone che stanno cercando di portare avanti questo carcere. Ma davanti a situazioni così gravi servono anche interventi profondi».
Il garante attende adesso di conoscere le eventuali decisioni del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e del Provveditorato regionale, auspicando un cambio di passo nella gestione delle criticità dell’istituto.
«Il carcere non è fatto per punire due volte»
Villari conclude richiamando la funzione costituzionale della pena e la necessità di mantenere insieme sicurezza e umanità.
«Ogni funzione all’interno del carcere, se adeguatamente supportata, deve avere come fine ultimo il trattamento e il miglioramento della vita intramuraria della persona detenuta, non il suo peggioramento».
E aggiunge: «La pena è già quella stabilita dal giudice e il detenuto la sta scontando. Il carcere non è stato costruito per punire due volte, ma per eseguire una pena nel rispetto dei diritti costituzionali».
Un principio che Villari estende anche agli agenti della Polizia penitenziaria.
«Nessun trattamento inumano o degradante deve essere tollerato verso alcuna persona, sia che indossi una divisa sia che stia scontando una pena. La dignità di chi lavora e la dignità di chi è ristretto devono essere tenute insieme, perché si sostengono a vicenda. È su questa linea di equilibrio, rispetto reciproco e umanità che continuerò a lavorare».




