
Mariannina e il suo dolore. Non la poesia e neppure la biografia, ma del dolore parleremo, della disperazione. La condanna a morte di una giovane donna, un’immagine triste eppure vibrante di un fine Ottocento siciliano.
Chi non conosce Mariannina Coffa, poetessa netina raccontata in lungo e in largo. Scrittrice, aggiungiamo noi, per quelle lettere che sono un viaggio intimo verso la redenzione, il contatto ultimo e disilluso verso il suo Ascenso. Lui, il maestro la cui mano aveva sfiorato con le timide labbra durante una lezione di musica, lui l’uomo del desiderio, il sogno di ragazza che smuove il dissenso della famiglia. Ascenso Mauceri, dalle idee liberali, che avrebbe intrapreso una stupenda carriera politica, ma che in quel preciso momento l’avvocato Salvatore Caruso non reputava all’altezza della propria figlia.
Il resto è storia. Mariannina non riesce a districarsi dalla spinosa matassa familiare e cade vittima nel 1860 di un matrimonio con un ricco possidente ragusano. Le lettere ad Ascenso alcuni anni dopo le nozze forzate – tra il 1868 e il 1870 – raccontano una vicenda degradante, la violazione dei diritti di una donna ad amare ed essere amata, con la punizione di una vita non-vita scandita da rigide regole societarie e dalla perdita delle figlie in tenera età. Unico suo conforto, la scrittura, sua nobile attitudine osteggiata dal suocero.

Vediamo alcuni passaggi del carteggio. “La sola immagine della mia vita farebbe piangere l’essere più duro ed inchinevole alla vendetta! Da un lato i sogni della mia fanciullezza, l’amore, l’arte, l’avvenire coi suoi profumi di cherubino – dall’altro l’amara realtà della vita, la religione della sventura, la fossa delle mie figliuole, l’arpa senza armonie, l’amore senza conforto, e doveri di sposa e di madre severamente compiuti con un perenne sorriso sulle labra! – Otto anni di martirio, otto anni di guerra con vili armi, e senza nobili avversari, otto anni d’isolamento e di silenzio, senza avere la suprema soddisfazione di vedere esseri che vi apprezzano, che vi stimano per quel che Dio v’ha creati”.
Ma il ricordo del giorno del matrimonio è forse quello più atroce. “Il giorno di Pasqua del 1860 fu giorno di lutto per la mia famiglia; sì, di lutto; i volti sorridevano forzatamente, i cuori piangevano. Io non potei piangere né cogli occhi né col cuore. Sposai all’alba – la chiesa era deserta – camminavo come trasognata e mi pareva di non essere più sulla terra. Mio Padre non mi accompagnò – non ebbi accanto un amico – da un lato avevo mia madre confusa e dolente anch’essa, dall’altro lato mio suocero, che col suo viso arcigno mi faceva spavento come l’angelo del male”. Poi il silenzioso ritorno a casa, il pranzo senza nessuna gioia, immediata la partenza verso una vita che sa di morte, come il saluto straziante a Noto: “Non era trascorso ancora un giorno – erano tutti pentiti. Ahimè! Avrebbero potuto salvarmi, avrebbero potuto rendermi felice, senza atterrirmi colle minacce e col disprezzo. […] Scrivo – perché ricordo – né ho altro conforto, che svelare a voi tutti i particolari che accompagnarono quei fatti. Voi me ne avete dato il permesso, ed io scrivo come se scrivessi un racconto”.
Daniela Frisone








