
Quando parliamo di letteratura al femminile in Sicilia ci si accosta spesso a realtà minate dal giudizio dell’uomo, da una tradizione che abolisce i desideri e schianta ogni slancio di temerarietà. E allora arriva lei, chiamata dal flusso delle garibaldine: Maria Messina, la brava scrittrice verista, colei che, senza saperlo e forse senza averlo davvero voluto, tocca il cuore di grandi intellettuali novecenteschi. È Sciascia ad accorgersi della quasi totale dimenticanza del pubblico nei suoi confronti, la riscopre dunque accendendo la sensibilità della casa editrice Sellerio, che ripubblica i suoi scritti tra il 1981 e il 2009.
Che dire di lei? Il suo nome è legato alla nipote Annie Messina, scrittrice anche lei, figlia del fratello Salvatore, noto magistrato, che in gioventù spinge Maria a dedicarsi a quell’unica passione. La sua vita è scandita da pochi passi, il suo mondo è tutto interiore, il che ricorda penne vibranti come le sorelle Bronte, che riuscivano a parlare di grandiosi sentimenti pur nella solitudine di una stanza.
Maria nasce a Palermo nel 1887 da Gaetano e Gaetana Valenza Traina. Il padre, insegnante di scuola elementare, presto divenuto ispettore scolastico, segna un percorso di trasferimenti della famiglia dai Nebrodi all’Umbria, dalla Toscana a Napoli.

Giovanissima, Maria, all’età di venti anni, viene colpita dalla sclerosi multipla, che la destina a una vita ritirata fino al giorno della morte, avvenuta a Pistoia nel 1944. Nel suo viaggio letterario rimane densa di significato la corrispondenza con Giovanni Verga, il grande maestro catanese, che le dà man forte e la spinge a pubblicare le novelle La Mérica e Luciuzza presso famose riviste letterarie.
Siamo negli anni dieci; altre corrispondenze allietano l’esistenza di Maria, come quella con l’editore Bemporad e la poetessa Ada Negri, che curerà la prefazione di una sua raccolta di novelle Le briciole del destino (1918), dedicandole grande vicinanza e delicatezza. I romanzi di quegli anni sono fotografie di una società provinciale, in cui si staglia l’immagine di una donna sottomessa ai dettami patriarcali della famiglia. Parliamo di Alla deriva (1920) e La casa nel vicolo (1921).
Autrice di novelle e di libri per ragazzi, Maria Messina punta il dito contro la condizione femminile subalterna, la donna “vinta” dall’ignoranza e dalla docilità imposte da un modello precostituito. Non ci stupisce allora il ritratto che la nipote Annie lasciò di lei: “Una giovane donna minuta con un visino pallido dai grandi occhi luminosi, incorniciato da una massa di fini capelli castani. La sua fragilità celava una forza d’animo non comune, la forza che le ci era voluta per denunciare, lei signorina di buona famiglia che avrebbe dovuto ignorare certe vergogne, quello che si celava dietro la facciata di case rispettabili, in cui la donna era tenuta in uno stato di soggezione prossimo alla schiavitù”.
Daniela Frisone




