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18/01/2026
14:43

La truvatura della sarpa, racconto di un tesoro nascosto e di un rito

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Con l’idea delle truvature abbiamo aperto un varco senza far rumore, senza per forza doverci mettere in marcia. Piuttosto si viaggia con l’immaginazione e l’aiuto di una certa mappa dei luoghi che pare nascondano gli inestimabili tesori siciliani. Su questo punto studiosi e scrittori hanno detto tanto e un po’ hanno pure fantasticato. Non ultimo, Camilleri ne Il cielo rubato. Dossier Renoir svelava che: “la truvatura è un tesoro che un povero contadino rinviene casualmente nel terreno che sta zappando, tesoro che gli cambia per sempre l’esistenza facendolo diventare favolosamente ricco”. Un pensiero speranzoso che va a braccetto con l’ipotesi del celebre folclorista siciliano Salomone Marino: “la truvatura, ossia il tesoro nascosto, è pel villico la costante aspirazione, il desiderio intenso, il sogno di tutte le notti, il pensiero che non lo lascia un minuto mentre nel campo avvolge le zolle e raccoglie i prodotti” (Leggende popolari siciliane, 1880).

Il contadino raccontava, suoi erano i cunti e le scommesse, con figli e nipoti riuniti attorno al focolare. In lui c’era la necessità di mille bocche da sfamare, e poi, da bravo cantastorie, scuncicare la fantasia e la curiosità dei più piccoli, magari scomodando qualche folletto, un pericolosissimo serpente, quella particolare formula magica da imparare a memoria, le belle donne che poi erano le fate.

Il latte dei bimbi sembrava più dolce e pure il pane più appetitoso. Tra le smorfie di paura e i sospiri delle faccine alla luce fioca di un braciere o di un caminetto acceso, il contadino diventava Mago e raccontava… Pensate che tra la sessantina di truvature che Giuseppe Pitrè riuscì ad annoverare, scorgendo in ognuna la volontà di antichi proprietari di sfuggire all’arrivo di tante dominazioni isolane, ce n’è una che aleggia nella cittadina di Acireale, la cosiddetta truvatura da sarpa.

Il luogo indiziato si troverebbe nei pressi della Chiesa della Madonna delle Grazie (o Madonna a Razia), nella frazione omonima che originariamente era chiamata Gazzena. Questo termine, derivante dal latino medievale Gaium o Gazum, alluderebbe alla selva. Va da sé che l’odierno borgo un tempo non fosse altro che una foresta. Questo ci fa immaginare che il famoso tesoro possa essere stato nascosto sottoterra, come da regola nelle leggende plutoniche.

La versione più accreditata riferisce che il tesoro si trova sotto una grande pietra che, per essere spostata o tolta in modo da poter accedere alla truvatura, attende un rito particolare. Quello della sarpa o salpa, un pesce che va consumato crudo proprio sulla pietra bevendo una quartara (circa dieci litri) di vino. Si dice che nessuno ci sia mai riuscito. Di fatto quel poveretto che ci ha provato a un certo punto del pasto è stato preso di mira dai folletti, poi da un grosso serpente e infine, avendo invocato l’aiuto della Madonna, da una scaricata di fulmini. Morale della favola: la truvatura è ancora in attesa di essere “smagata”.

Daniela Frisone

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