Furono diciassette gli anni dell’amore. Gli anni in cui Don Lisi visse una grande passione per la sua Beppa. A Mineo lo sapevano tutti.

Ecco perché a Giuseppina Sansone, domestica della famiglia Capuana, la chiamavano la Beppa di don Lisi. Lo scrittore verista, il critico di fama, il poeta dal piglio avanguardista, il fotografo di spiriti e documentarista di vite intime e sensazionale ritrattista di uomini noti, come il giovane Pirandello, che lo si può ancora scorgere accoccolato e mezzo scuro in volto. In casa Capuana una relazione clandestina attraversava la vita dello scrittore verista solcandogli l’anima. Solcandogli la stessa esistenza.
Pensate, parliamo di una domestica, in un arco temporale che va dal 1875 al 1892. Nella Sicilia del tardo Ottocento dunque, in casa di un membro dell’alta borghesia, di un noto letterato che movimentava la vita intellettuale di grandi centri come Milano, Firenze, Roma. Parliamo di una donna di basso rango, ma anche e soprattutto di una donna analfabeta. Della quale peraltro non ci resta che una timida foto usurata, e questa sembra quasi una cattiveria storica visto che Don Lisi amava fotografare gli affetti, tra vivi e morti, con l’unico obiettivo di documentare, di comprendere le sfumature della natura umana e di ciò che poteva sparire in un fantomatico aldilà.
Ma dietro a tutto c’era il disonore a corrucciarlo: a quei tempi esistevano delle rigide convenzioni sociali per cui a un agiato proprietario terriero, un mostro sacro della letteratura italiana, teorico del Verismo e figura pubblica a cui tutti i giovani autori andavano a chiedere un favore, a uno come lui risultava irrealizzabile rendere sacrosanta una relazione con una donna di bassa estrazione e soprattutto diventava impossibile riconoscere i figli nati in seno alla stessa.

Questo fu dunque il peso che portò dentro Luigi Capuana, il senso del rimorso per il mancato riconoscimento ufficiale dei figli nati dall’amore con Giuseppina Sansone, figli che furono consegnati all’ospizio dei trovatelli di Caltagirone.
Una conclusione più che regolare per quei tempi, compreso il matrimonio riparatore della Sansone con un altro uomo nel 1892. Tutti elementi intensi e sentimentali che andarono ad abitare in uno dei più grandi romanzi dello scrittore menenino, Il Marchese di Roccaverdina del 1901, trasposizione letteraria del suo dramma interiore. Non fu una dichiarazione diretta, ma chiunque – a maggior ragione Verga e De Roberto – poteva comprendere che la tragedia dell’illegittimità vissuta da Don Antonio Schiraldi faceva eco a quella di Don Lisi. Dopo tutto l’ospizio dei trovatelli di Caltagirone era una realtà talmente nota che qualcuno è pure riuscito a conoscere i cognomi acquisiti dai figli illegittimi di Capuana, anche se il loro padre naturale (come la madre d’altronde) rimase per sempre celato.
Daniela Frisone




