Ci piacerebbe poterla raccontare in modo differente. Ci piacerebbe potergli assegnare un bel finale, uno di quelli tipici delle fiabe in cui “tutti vissero felici e contenti”. Ma non sarebbe la leggenda della “testa di moro”, che è molto conosciuta anche perché vanta almeno due versioni, e che se la si guarda con occhi più attenti, oltre alla moda, al design, all’arte della ceramica, è capace di suscitare riflessioni non del tutto ordinarie.

Partiamo dal fatto che Messer Boccaccio ne trasse spunto o addirittura ne fornì egli stesso un adattamento particolare nel racconto infelice, infelicissimo, di Lisabetta da Messina, presentato nella quinta novella della quarta giornata del Decameron. L’epoca della vicenda non è del tutto precisata ma si suppone si svolga nel Medioevo.
Lisabetta ama Lorenzo, i fratelli, mercanti e di lui datori di lavoro, ostacolano la loro unione, lo uccidono. Lisabetta sogna Lorenzo che le indica il luogo del suo decesso, recupera il corpo, ne taglia il capo e decide di metterlo all’interno di un vaso di basilico per tenerlo sempre accanto a sé bagnandolo con le sue lacrime. Poi la trama assume altri particolari, anche se il taglio della testa, il vaso e il tipo di pianta risultano praticamente identici a quelli forniti dalla leggenda “della testa di moro”.
La versione più accreditata di questa narrazione racconta l’amore di una siciliana per un arabo. Pare che la donna curasse diverse piante sul suo balcone, luogo da cui un giorno vide passare il giovane moro. Uno sguardo tra loro e nacque l’amore, che andò presto a significare dolore. La donna infatti venne a sapere che l’amato sarebbe dovuto partire per il proprio paese d’origine dove lo attendevano moglie e figli. Questo giocò a suo sfavore perché dopo una notte d’amore il moro assopito venne decapitato dalla siciliana, la quale utilizzò la testa come vaso per una pianta di basilico che crebbe, al pari di quella di Lisabetta, rigogliosa sul suo balcone.

Un’atra versione vuole che entrambi gli amanti fossero decollati a causa del loro amore: la famiglia della donna, di origini nobili, non accettava la relazione clandestina della ragazza con il giovane arabo. Entrambe le teste a mo’ di vasi vennero esposte su una balconata, come monito alle unioni non consentite. Amore e morte sempre presenti, vicini, indissolubili. Nelle storie riportate, dalle leggende al mondo del Decameron, con tutto uno stuolo di miti greci e esempi biblici che riportano esempi di uccisioni per decapitazione, una morte netta e significativa. La mozzatura del capo è legata all’idea dell’amore che letteralmente “fa perdere la testa”. Se qualcuno ama, in queste storie si avvia verso una sofferenza senza fine. Se è poi la donna a recidere il capo, come nella prima variante della leggenda, ciò svela qualcosa di potente: è lei che compie il gesto evirante, è lei che fa diventare quel capo il dono di un re per se stessa, laddove la pianta del basilico nella sua etimologia nasconde di fatto il senso della regalità.
Daniela Frisone




