Era il 1967 quando sapienti scavi archeologici rinvennero due statuine antropomorfe dell’età del Rame. Da lì a poco sarebbero state battezzate Veneri di Busunè (o Busonè), la coppia di “femmine” scolpite che accompagnavano due sepolture all’interno di quel colle detto “cozzo”, al limite tra Agrigento e Raffadali. Il cozzo di Busunè, che per molti, almeno dal tempo degli arabi, ha rappresentato un luogo incantato, posto di truvatura, che Giuseppe Pitrè in Usi e costumi. Credenze e pregiudizi del popolo siciliano (1889) fu felice di richiamare riportando uno dei Racconti popolari siciliani (1885) di Emanuele Gramitto Xerri. Intanto, dice il Pitrè che la Rocca di Busunè “è un gran sasso in mezzo a un largo campo che si stende sulla strada che da Girgenti conduce a Raffadali”, poi dà memoria della sua leggenda: 
Ogni sette anni, a mezzanotte in punto, questa Rocca si apre dalla sommità, e vi si celebra la fera di li ‘nganti (la fiera degl’incanti), con frutta tutte d’oro, che possono comprarsi con poche monete; fiera che dura quanto durano i tocchi della mezzanotte; all’ultimo de’ quali la Rocca si richiude, e chi s’è visto s’è visto.
Un capraio di grosso cervello una notte d’inverno passando per quella strada, allo scoccar della mezzanotte, vide la Rocca tutta illuminata, indi aprirsi alla sommità, e certe figure bianche invitarlo ad entrarvi. Entrò, e vide la caverna popolata di altre numerose figure lunghe, vestite di bianco, vaganti qua e là; e venditrici di limoni e di arance e d’altre frutta, invitarlo anch’esse, in una lingua incomprensibile e con certi cenni, a comprar qualche cosa.
Egli non avea un quattrino, e le venditrici frugandogli le tasche gli trovarono un granu (cent. 2), e per esso gli vendettero tante arance da riempirgli le bisacce. Quelle arance erano d’oro.
Condotto per mano, uscì dalla caverna, e la rocca, scotendosi dalle radici, si richiuse e ridiventò oscura, tanto che dalla paura il povero capraio si svenne.

Il domani, ritornato in sensi, si trovò disteso sull’erba, con la sua bisaccia e le sue arance d’oro. Giunto a Raffadali e raccontato il tutto al padrone, questo, col pretesto di farle benedire, si fe’ dare le arance, e gli regalò dodici tarì (L. 5, 10) Ma quando, all’andar del capraio, volle metter fuori quel tesoro, le arance s’erano convertite in un mucchio di gusci di lumache.
È una truvatura, senz’altro lo è. Con caratteristiche che compaiono in scenette simili e con qualche diversità. Intanto la simbologia, il numero sette, perfetto frutto di ascendenza cristiana; la mezzanotte, che sta sempre a indicare il tempo delle fate, tempo del non ritorno. Per non parlare dell’apertura della rocca, che è ravvisabile in altre storie di truvatura, in cui il tesoro è ben custodito da lastre di pietra che attendono un rito per essere spostate. Ma proprio in questo risulta la novità: il capraio non è in cerca di nulla, forse perché è “di grosso cervello”, cioè non ha mente fine, il che non è un particolare da trascurare: vedete, gli si offre tutto gratis, non ha nulla da imparare, soffrire, è lì e non solo, viene invitato alla fiera degli incanti, aiutato persino a comprare una gran quantità di frutta che scoprirà essere d’oro. La sua fragile intelligenza si mostra al momento in cui compie la giusta azione, va dal padrone a raccontare ciò che gli è capitato. E qui entra l’avidità del suo datore, il quale nonostante l’astuzia cade in fallo. Si vede che la benedizione non gli apparteneva. La truvatura era promessa a un cuore puro.
Daniela Frisone








