Un tempo, nelle case di Ortigia, una grande cassa di legno custodiva un piccolo mondo. La chiamavano cascia, e dentro riposava la dote di una ragazza: lenzuola, federe, tovaglie, coperte, asciugamani e tessuti ricamati. Era il corredo destinato al nido nuziale, ma era anche il lavoro silenzioso di una madre, le mani esperte di una nonna, i risparmi per un matrimonio ancora lontano. Fra i vicoli che scendevano a mare, nelle case dei pescatori e degli artigiani, con tutti i sacrifici dovuti, chi preparava la dote accompagnava la crescita di una picciridda.

Si cominciava presto, acquistando un pezzo alla volta, secondo le possibilità della famiglia. Un lenzuolo oggi, un paio di federe domani, una tovaglia ricamata durante le ore libere dalle faccende domestiche. Così la cascia si riempiva lentamente, mentre la bambina diventava adolescente e il matrimonio si avvicinava. Sono immagini del secolo scorso, che giungono a ricordarci chi eravamo.
Pensate però che il rito della cassapanca appartiene a un tempo ancora più antico. A Siracusa la tradizione della dote è documentata già nel Quattrocento. Un atto notarile del 2 novembre 1478, rogato dal notaio Vallone, descrive il dotario di Bernardina de Noto, promessa sposa di Antonino Cassuni. Il documento elenca il letto, la biancheria, i cuscini, le coperte, i tendaggi e altri elementi destinati ad arredare la camera degli sposi, insieme alla cassapanca, per intenderci la cascia nuziale.

Almeno quasi cinque secoli dopo, tra gli anni Trenta e i Quaranta, quel mondo continuava a sussistere nelle case ortigiane. Era cambiato tutto, ma la preparazione del corredo rimaneva un rito familiare, affidato soprattutto alle donne. Di fatto le ragazze imparavano a cucire e a ricamare guardando la madre e la nonna. Le iniziali venivano tracciate con attenzione, gli orli rifiniti, i piccoli difetti corretti prima che il tessuto fosse riposto. Ogni pezzo richiedeva tempo e pazienza. Non c’erano soltanto le stoffe da acquistare, ma anche le ore di lavoro necessarie per trasformarle in qualcosa di prezioso e duraturo.
Piuttosto, nelle famiglie più modeste, dove il denaro era contato, la dote si preparava con sacrificio. Una tovaglia poteva essere utilizzata per anni, una coperta passare da una generazione all’altra. Il corredo non era necessariamente ricco, ma doveva essere dignitoso. Perché il matrimonio non riguardava soltanto due giovani: metteva a confronto due famiglie, le loro possibilità economiche e le aspettative riposte nella nuova unione.
La dote aveva anche un preciso significato giuridico. Il codice civile del Regno d’Italia del 1865 stabiliva che l’amministrazione della dote durante il matrimonio spettasse al marito. Così continuava a tuonare l’istituto della dote del 1942. La cascia e tutte le ricchezze che provenivano dall’eredità di cui godeva la sposa non erano di fatto sue. Ne doveva avere cura, certo, come roba di pregio, ma la gestione spettava al coniuge. Così la società patriarcale del tempo confinava le donne al solo lavoro domestico. L’autonomia patrimoniale giungerà nel 1975. La comunione dei beni divenne lo specchio di una nuova nascita. Diede luce alla grande indipendenza femminile adombrando in parte il sogno di quella cascia.
Daniela Frisone




