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12/06/2026
06:57
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Il sacrificio e il silenzio: l’“Alcesti” di Filippo Dini al Teatro Greco di Siracusa

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Ieri pomeriggio, al teatro greco di Siracusa si è rinnovato il rito millenario della tragedia greca con ‘Alcesti’ di Euripide, nella traduzione di Elena Fabbro, con la la regia di Filippo Dini, la scenografia di Gregorio Zurla, i costumi di Alessio Rosati e le musiche di Paolo Fresu.
Il nodo della tragedia classica si dipana nel tempo, lega, riannoda, avvolge e stravolge, si srotola restituendoci lo spirito dei tempi. Di ogni tempo.
Ciò che colpisce nelle scene create da Vittorio Zurla è la capacità di restituirci la visione ‘cosmetica’ che esprime la società del nostro tempo.
La reggia diventa una spa deluxe, inorganica, artefatta. La città si trasforma in una plumbea villa postmoderna. Grazie a una sapiente regia luminotecnica, curata da Pasquale Mari, il ‘vero’ tragico si dà per assenza di tonalità cromatiche, precipitate ed implose in un buco nero. Una scenografia realizzata all’uopo per consentire l’esibizione del superfluo, dell’esubero, del finto estetismo da centro commerciale.
Non entro nel merito dell’interpretazione, non sono un critico teatrale. In questa sede, mi piace evidenziare i contenuti, i valori, i linguaggi e i codici riconducibili alla regia.
Alcesti è un’opera di genere teatrale incerto, una ‘tragedia’ sui generis, forse un dramma pro-satirico (una hypothesis antica la definisce satyrikoteron, cioè ‘piuttosto satiresca’) o forse una precoce ‘ilarotragedia’ per i numerosi elementi comici che contiene e per essere costruita, con un percorso inverso rispetto a una tragedia, dal lutto al trionfo finale.
In ogni caso, anche questa ambiguità di genere, questa ardita mescolanza di forme, questo enigmatico passare dal serio al comico e viceversa l’ha resa nel corso dei secoli straordinariamente interessante ed apprezzata, tanto da costituire di per sé uno dei motivi della sua durevole fortuna fino all’età contemporanea.
Al principio del dramma, ambientato a Fere in Tessaglia, Alcesti si è ormai dichiarata pronta a morire al posto dell’amato sposo, mentre neppure gli anziani suoceri hanno voluto dare la propria vita in cambio di quella del figlio.
Ora che è arrivato il momento supremo, interviene Thánatos a reclamare la sua vittima, e Apollo, che ha rievocato gli antefatti, si allontana. Il coro, formato da vecchi cittadini di Fere, entra nell’orchestra in preda all’ansia per la sorte di Alcesti e viene informato da un’ancella che all’interno della casa la donna si sta congedando dalla famiglia e dai servi.
La tragedia di Alcesti, tolta alla sua dimensione ‘domestica’, alla commedia del ghenos e all’interdetto divino, nel concepimento del regista ha una lettura tutta politica e antropologica. Si può considerare come je accuse alla società del nostro tempo, che ha sancito la fine dei riti, l’eclissi della sacralità, il trionfo dell’indifferenza.
Alcesti è la ‘Politica’ disposta al sacrificio estremo, la morte, per salvare il marito, ovvero il legame assoluto in cui crede. Se tale scelta viene ripagata con l’irrisione della polis, essa viene tuttavia premiata dalle Moire, dal destino, che la riscatta dal fato funesto attraverso l’intervento di Eracle, che, ricambiando l’ospitalità di Admeto, scende agli inferi e riporta Alcesti alla vita: una risurrezione che assume il significato di una promessa di speranza.
Alla cecità del mondo il poeta tragico oppone il silenzio e il ‘velo’ di chi si immola mettendosi a servizio degli altri, senza nulla pretendere; anzi, impietosamente negletto, ma premiato, infine, dalla buona sorte.
È il gesto che dà senso a ogni cosa, a prescindere da ogni esito e contingenza. Il sacrificio della propria vita per uno scopo alto e nobile, che lasci dietro di sé ammirazione, lode e ricordo, nel mondo antico è considerato una prerogativa maschile, un atto di «ἁρετή», di virtù eroica, purificato da qualunque sentimento soggettivo.
Al tempo di Euripide era convinzione comune che la vera «ἁρετή» fosse negata alle donne. Da ciò, il messaggio di straordinaria attualità di questa tragedia, che affida, oggi, al ‘femminile’ una portata rivoluzionaria di ‘redenzione’ fupri da ogni schema e ideologia. Il sacrificio si trasforma in un dovere e una responsabilità rispetto ai parenti, oppure alla comunità che glielo richiede.
Se il principio del sacrificio di Alcesti è la distruzione, in questo caso non si tratta solo della distruzione della persona di Alcesti, ma della relazione che ella ha il marito e, in valore assoluto, con la distruzione del concetto stesso di relazione come fondamento di una comunità e di una società: il sacrificio sconvolge un ordine, pone fine ai legami per stabilire un vuoto.
La straordinaria regia di Dini indaga gli orli di questo ‘vuoto’, situandoli nel contesto storico attuale e stigmatizzando, innanzitutto, la distruzione dei ‘riti’ come ‘relazione’ assoluta, la defezione dall’impegno e dalla responsabilità, facendo leva sui valori della ‘riabilitazione’ e della gratitudine (Eracle), dell’ospitalità e dell’attesa.
Come Antigone, Alcesti appartiene alla stirpe dei ‘murati’, circondata dal muro invisibile ma non meno petroso, del silenzio. Soltanto un gesto estremo di coraggio può consentire di abbattere quel muro.
Salvo Sequenzia
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