Non sappiamo perché, ma di certe truvature Giuseppe Pitrè non disse nulla. Di quelle di Alcamo, ad esempio, conosciamo le storie grazie allo straordinario lavoro di uno studioso della provincia di Trapani, Carlo Cataldo, da qualche anno scomparso. È stato lui a rievocare l’antico manoscritto dello storico mazarese Gian Giacomo Adria dal titolo De situ Vallis Mazariae, composto intorno al 1535. Nel testo in questione, il nome Bonifato, città in cima all’omonimo monte, si fa derivare dall’abbondanza di beni, in particolare di greggi, e soprattutto a motivo di “ricchezze là rinvenute”.

Nel tempo la tradizione dei tesori nascosti sul monte Bonifato si arricchì di nuovi argomenti, giungendo sino all’alcamese Giuseppe Mistretta Di Paola, il quale nel 1932 asseriva che su quella vetta “l’amabile pastore pasceva un dì pecorelle dai denti d’oro, e una fata benigna teneva il suo seggio”. La leggenda delle pecore dai denti d’oro ricorreva nell’anno precedente anche in un’annotazione del poeta Liborio Dia: “Sul monte Bonifato si suppone esista dell’oro, perché le pecore che vi pascolano presentano tracce d’oro tra i denti”.
In particolare gli studi di Cataldo si soffermano sulla torre posta in cima al monte Bonifato, che è detta saracena, ma in verità appartiene a un castello eretto sul finire del XIV secolo da Enrico Ventimiglia. Secondo una leggenda edita dallo storico Francesco Maria Mirabella, presso la suddetta torre abitava, in un pagliaio, un giovane custode della chiesa della Madonna dell’Alto, nelle Madonie. Di lui si innamorò Delia, una delle buone fate abitatrici del monte, la quale per il troppo amore gli donò la verga che serviva a “spignare”, ovvero a smagare la truvatura della montagna.

Il finale della storia vuole che il giovane batté la verga sul suolo del Bonifato, si impossessò di “tanti casci di munita d’oro”, e sposò la fata con cui visse felice e contento. È interessante notare che il Cataldo, riguardo al tesoro di Bonifato, riuscì anche a recuperare delle testimonianze di anziani del luogo, a corredo della superstizione della montagna. Ne riportiamo una, raccontata nel 1954 da un ottantasettenne, riguardante la truvatura della torre saracena: “Haiu ‘ntisu diri chi c’esti ‘na truvatura sutta lu solu di la nostra Turri saracina; ed esti un saccu chinu di munita d’oru. Pi spignalla, ci voli un omu di forza e curaggiu, chi s’av’a pricurari un pani dittu di Sant’Annirìa e chi fussi d’un rotulu di pisu. Chistu, la notti di la viggilia di Sant’Annirìa [ossia la notte antecedente il 30 novembre], s’av’a manciàri ‘sta guastedda di pani [ossia questa pagnotta], ‘n currennu, di la crèsia di lu Sarvaturi. E, pi accurzi accurzi [ossia per varie scorciatoie], av’a arrivari a mèttiri peri, mentri agghiutti l’urtimu muccuni, ‘nta la trasuta di la Turri, a menzannotti spaccata [ossia precisa], né un mumentu prima e né un mumentu ddoppu. Sulu accussì po’ sbancari ‘dda truvatura. Ma siccomu nuddu s’ha firatu a fari chissu [ossia nessuno è stato capace di fare ciò], la truvatura esti ancora ddà, chi aspetta l’omu furtunatu d’arrinèsciri a spignalla”.
Daniela Frisone




