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12/07/2026
16:30
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I pescatori siracusani, i veri narratori delle storie di mare

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Uno sguardo al mare, a chi non ne poteva fare a meno, a chi ne dipendeva in tutto e per tutto. Quel mare indispensabile e pericoloso, amico e nemico di ogni imbarcazione, nella memoria di un pescatore siracusano che ormai non c’è più.

A. R., ecco le sue iniziali, che paragonava il marinaio a una donna in procinto di dare al mondo un figlio: il maltempo, come il dolore dopo il parto, si dimentica facilmente una volta ritornati a riva con il pescato.

Ancora, l’eco di un vecchio proverbio: “Parra bene d’ò mari, ma tieniti ‘n terra”. Questo perché chi aveva una barca di proprietà rischiava grosso dato che la sua perdita avrebbe significato la fine di ogni sostentamento. Ecco allora che gli antichi pescatori ripetevano: “Cu havi robba a mari, nun avi nenti”.

I detti sono una parte significativa del mondo marinaresco. Chi di professione faceva il nassaiolo, cioè intrecciava i canestri per la pesca con i giunchi e il salice – un’attività oggi non del tutto perduta – conosceva una filastrocca che recita così: “Viru veniri na turri pimari. Quantu è spavintusa di vidiri! Ci su milli purtusa, milli rari. Cu trasi dda rintra, trasi pi muriri”.

Piuttosto, chi praticava la pesca a traino, usava “u jammicu”, una rete fitta con cui si pescano i gamberi. Così, è stata la fantasia dei marinai siracusani ad abbozzare una colorita immagine dei crostacei: “Curri riversucu natura lesta, e cu sei peri camminannu va; havi la vucca e nun’havi cannaozzu ed havi l’occhi darreri lu cozzu”.

Passando poi dalla rete alla padella, una consuetudine vuole che il pesce cucinato debba essere freschissimo. Di fatto la tradizione culinaria del pescato a Siracusa è coltivata con estrema cura dei particolari. Pensiamo alla “ghiotta” preparata con il tonno e il pesce spada, o alla “tunnina ca bobbia”. Piatti tipici intrisi di storia, come il “mucco”, le polpette di pesce appena nato, che si vanta di un’antica canzonetta: “Re Ruggero e la regina passiannunajurnata capitaru a la marina. Dunni stava la ngrasciata. La regina ‘ncummudatantisi un ciauru da sviniri e a stu puntu lu so siri dumanna: era nunnata!”.

Anche la fede religiosa ha lasciato le sue tracce nelle nenie popolari. In tempi passati le famiglie dei pescatori combattevano la paura del mare con le preghiere ai santi, la cui intercessione presso un Dio troppo lontano poteva essere richiesta in dialetto. Capitava allora che, nelle giornate di forte vento, le donne in special modo quelle dei piccoli borghi marinari, invocassero Sant’Anna. Ancora, per scacciare i tuoni e i fulmini, rivolgevano suppliche a Santa Barbara con questa cantilena: “Santa Barbara, Santa Barbara, si tu dormi nun durmiri. Apri li porti e adduma ‘i cannili. I cannili su addumati, i piccaturi vonnupietati”. Infine, per scongiurare il naufragio delle barche dei familiari, la loro preghiera recitava: “Signuruzzu miu, faciti bon tempu, haiu l’amanti miu nmenzu di lu mari. L’arvuli d’oru e li ‘ntinni d’argentu, la Marunnuzza mi l’havi aiutari”.

 

Daniela Frisone

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