
Tempo fa ci occupammo di scrittrici risorgimentali, del piglio letterario che le invadeva fin da bambine, loro che nascevano in contesti aristocratico-borghesi e, in stretta comunione con la fede del tempo, venivano folgorate dall’impegno politico con l’animo sospinto da nobili ideali e talvolta da reciproca amicizia. A una di loro in particolare vorremmo dare maggiore lustro oggi.
Parliamo di Giuseppina Turrisi Colonna, nata a Palermo nel 1822 dall’unione tra il Barone Turrisi e la duchessa di Cesarò. La sua vita rispecchia un certo standard: gli studi umanistici, un precettore, nel suo caso il noto cultore di classici Giuseppe Borghi, le prime prove letterarie, le pubblicazioni in erba, come Alcune poesie scritte a soli diciannove anni, con cui Giuseppina attrasse il plauso di illustri letterati al pari di Francesco Domenico Guerrazzi, Giovanni Battista Niccolini e Tommaso Grossi. Poi la casa editrice Le Monnier pubblica la sua nuova raccolta Liriche nel 1846, offrendole un soggiorno a Firenze, dove Giuseppina entra in contatto con l’ambiente culturale toscano.

Il successo come poetessa impegnata nella lotta civile si accompagna ben presto al matrimonio con il principe Giuseppe De Spuches, un legame così caro, sfortunatamente spezzato (era il febbraio del 1848) dalla morte improvvisa a Palermo della Turrisi Colonna a causa di un aneurisma.
Qualche tempo dopo, esattamente nel 1854, viene pubblicata una sua raccolta di Poesie edite e inedite, contenente una straordinaria lirica dedicata Alle donne siciliane. Qui i versi della palermitana sono incisivi e solenni, si avverte tutta la sua dedicazione alla causa della Patria, verso la quale le donne in Sicilia andavano spronate a coltivarne il dovere civico, quello di educare i propri figli ai valori risorgimentali, temprando il processo naturale materno con il sentimento nazionale, a costo di annullare l’amore per la bellezza e per i piaceri offerti dalla società.
Ecco a cosa incoraggia la Turrisi Colonna: “Degni crescete i figli / della Patria, di voi, sicule madri”, e ancora: “L’ore tolte a compor gli atti e le chiome, / ponete a coltivar le care menti; / né vincer la rivale / di grazie, ma bramate un santo nome, / agli studi più eletti / educando fanciulle e giovinetti”. E infine il pensiero più moderno, ché il sacro compito dia man forte alla parità tra uomo e donna: “Né trastullo, né servo il nostro sesso, / col forte salga a dignità conforme; / veder deh tosto il raggio / di sì bel giorno deh mi sia concesso; / Ah! Vi sproni il mio verso / a ridestar la Patria e l’Universo!”.
Daniela Frisone




