La letteratura incontra la vita, accompagna gli incroci, più spesso i dolori, le necessità. Entriamo nel mondo di uno scrittore siciliano, Giovanni Alfredo Cesareo, penna di punta di un giornalismo colto, di fogli d’appendice nelle riviste romane di fine Ottocento. Di origini messinesi, classe 1860, fu chiamato nella capitale dall’editore Sommaruga (quello del primo D’Annunzio) per dirigere il periodico «La Domenica letteraria»e collaborare a testate come «Nabab», «Cronacabizantina», «Fanfulladella Domenica».

A trent’anni la sua vita era segnata da notevoli presenze intellettuali come Luigi Pirandello ed Edoardo Scarfoglio, con la complicità del quale sferzò un attacco divertente e forbito al grande abruzzese. È noto che D’Annunzio aveva scritto Isaotta Guttadàuro ed altre poesie. Ebbene, nell’ottobre del 1886 il «Corriere di Roma» pubblicò un testo dal titolo beffardo, Risaotto al pomidàuro, firmato Raphaele Panunzio, clamoroso pseudonimo del Cesareo. Nell’occasione lo Scarfoglio, direttore del periodico, si assunse ogni responsabilità tanto da decidere di battersi col D’Annunzio a colpi di sciabola in una villa fuori Porta Pia il 20 novembre dello stesso anno. A parte una leggera ferita al braccio del vate, la vicenda si chiuse repentinamente. Ma ci ricorda come in un’altra occasione fu il nostro Giovanni Alfredo a trovarsi coinvolto in un duello a causa del suo debole per Eva Mancini Cattermole, la nota Contessa Lara con cui il Cesareo intrattenne una relazione amorosa.

La Contessa Lara fu una delle donne più singolari e avvenenti del panorama intellettuale di fine diciannovesimo secolo. Era un’ “influencer” del tempo, teneva rubriche di costume e di moda sul «Corriere della Sera», su «Illustrazione Italiana», scritti seguitissimi dalle borghesi all’alba del Ventesimo secolo. La sua vita fu costellata sia da scandali che da pubblicazioni e il rapporto con il siciliano fu decisamente quello più stabile mai vissuto, durò circa un decennio – lui molto più giovane di lei, esperto di letteratura, la supportò nella produzione di romanzi, racconti, novelle.
Di Cesareo sarebbe più opportuno ricordare sillogi come Le Occidentali (1887) e Canti sinfoniali (1890) che segnarono il passaggio tutto italiano al verso libero e mutuarono una sensibilità che apparteneva a un’epoca di grande cambiamento letterario. Insieme alle raccolte di poesie, il messinese si dedicò alla ricerca, allo studio della letteratura italiana con particolare riferimento a quella della Sicilia. La sua tempra lo contraddistinse tra gli intellettuali del Ventennio e se qualche episodio, che oggi definiremmo “gossip”, arricchì la sua esistenza nella Roma di D’Annunzio, di Scarfoglio, di Matilde Serao, questo fu a completamento di una vita che sapeva di letteratura, di quotidianità che si tinse di giornalismo.
Daniela Frisone




