Favole e fiabe, racconti popolari. La nostra tradizione ne è piena e possiamo contare su una vasta gamma di storie che nel tempo accorti studiosi come Giuseppe Pitrè hanno raccolto con cura, inserendole in un contesto più ampio, come quello europeo.

Lasciando da parte, ma solo per poterne riparlare in altro momento, quelle inventate dal grandissimo Luigi Capuana all’alba del Ventesimo secolo, oppure le fiabe morali del poeta Giovanni Meli, la fantasia della Trinacria splende al pari di quella internazionale. Alcune delle fiabe, che autori come Italo Calvino hanno ripreso in chiave italiana, marciano su labirinti non del tutto convenzionali. Cioè a dire che quelle storie che nel collettivo sono conosciute come vicende di donne maltrattate ma belle, principesse sfortunate ma con possibilità di riscatto, appartengono a un patrimonio comune a molte civiltà europee ma allo stesso tempo se ne distaccano.

Pensiamo alla famosa fiaba di Cenerentola che nella versione siciliana diventa GrattulaBeddattula, espressione riconducibile all’incantesimo generato da una pianta di datteri, oggetto magico che sa di mediterraneo con forti connotazioni africane. Di fatto l’elemento della pianta è presente nel patrimonio leggendario siciliano, basta ricordare la cosiddetta “rasta” di basilico nella leggenda della testa di moro. Ma andiamo alla storia.
Una delle tre figlie di un mercante farà innamorare un Principe, il ballo è presente come in Cenerentola ma dura più di una sera e la ragazza mentre fugge non lascia una scarpetta di cristallo ma gioielli e monete. La sua ritrosia nello sposare il reggente la fa apparire particolarmente orgogliosa, e anche il continuo richiamo alla pianta “Dattero-Beldattero” affinché le fate la vestano per il ballo o la riportino allo stato naturale, sembra far risaltare un atteggiamento capriccioso. Infine, le nozze appaiono quasi imposte.

Di tutt’altra natura è Betta Pilusa, la versione isolana della fiaba francese Pelle d’Asino diCharles Perrault. La protagonista è una principessa, insofferente perché alla ricerca del vero amore. Si rende conto che solo uscendo dal castello e vivendo come una qualsiasi ragazza senza agevolezze e nascondendo il suo vero aspetto fisico (veniva chiamata “Spera di suli”, ovvero aureola di sole, per la luminosa chioma bionda), avrebbe avuto una reale opportunità di vita felice. Ciò che colpisce della vicenda è che la ragazza si presta ai lavori più umili per sopravvivere. Di giorno appare brutta e pelosa (qualcuno sostiene perché ricoperta dalla pelle d’asino, qualcun altro perché si presta al mondo senza gli occhi dell’amore) mentre di notte è un incanto, grazie anche alla presenza di una fata, che nelle fiabe siciliane non può mancare.
Un altro passaggio particolare è il momento in cui la fanciulla cucina una focaccia di una bontà eccezionale lasciandovi cadere il suo anello. La focaccia che guarirà il Principe, nonché suo futuro sposo, e che rivelerà a tutto il regno la sua indiscutibile bellezza e bravura.
Daniela Frisone




