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06/09/2026
22:32
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Egidio Ortisi, tra memoria e impegno: “Leso”, il viaggio di una vita attraverso la Sicilia

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Leggendo il nuovo libro di Egidio Ortisi, Λήξω-leso. Storia professionale di un precoce, visionario, minchiataro, si ha l’impressione di entrare in una casa con moltissime stanze, dove regna una luminosità densa, animata di un intreccio di voci che spinge il lettore a procedere, sino alla fine, allorché egli ha davanti una porta chiusa. Varcare quella porta chiusa significa che il lettore appartiene a quel «piccolo mondo antico» del quale l’autore consegna al lettore una narrazione corale. L’intreccio di voci si scopre essere, in realtà, un intreccio di vite che hanno attraversato la vita stessa di Ortisi, narrativamente scandita nel libro in due parti, L’apprendimento e L’insegnamento, che si diramano, rispettivamente, in undici e in quattro capitoli, corrispondenti ai momenti, o, meglio, alle ‘stazioni’ che la ‘corriera’ della vita dell’autore ha toccato e che consistono nelle tappe salienti del suo viaggio esistenziale. Quella del viaggio è una metafora che rende bene l’idea del libro di Ortisi come fascio di memorie che si articola in onde narrative che rifuggono tanto da un soggettivismo esasperato quanto da una idolatria antropologica. Questa idea compositiva, che sta alla base dell’invenzione letteraria ortisiana,  è la stessa idea che anima i libri precedenti dell’autore – Prima che faccia buio (2019), Per un pugno di Babbi (2022), Cent’anni d’amuri e ‘n’ura di sdegno (2023), che compongono una sorta di ‘tetralogia della vita’ nella quale l’intellettuale, insegnante e politico floridiano ha raccontato la sua esperienza di cives (cittadino impegnato e corresponsabile del destino della polis); di homo politicus (sindaco della sua città; deputato regionale di opposizione costruttivo, intransigente e rispettato; legislatore lungimirante; presidente di prestigiose istituzioni culturali); di magister (insegnante ed educatore di generazioni di allievi al liceo classico Tommaso Gargallo di Siracusa); infine, di pater (nello strazio della perdita, divenuto ancora più padre: da pater familias a pater patriae). Fra i luoghi elettivi dell’apprendimento l’autore carica di valori e significati la famiglia, la strada, l’oratorio, il bar. Sono i luoghi della socialità diffusa dove si consumavano un tempo le prime esperienze generazionali del vivere, accostati ai luoghi intimi come a maiscia, la sartoria casalinga delle amatissime zie; o la putia di don Pippo Palina, il leggendario biclittaru poliomielitico, appassionato sportivo e ‘maestro di strada’ di generazioni di floridiani. Sono pochi i ‘maestri in cattedra’ ricordati da Ortisi; e, tra i pochi, mentovati più per il metodo e per gli insegnamenti di principi, di ideali e di valori, che per le nozioni. Nel tempo in cui  miseria e povertà dettavano valori come dignità, sacrificio, orgoglio, coraggio di affrontare prove, dolori e lutti l’autore fa tesoro della sapienza che proviene dal popolo semplice, insieme al crudo, spietato realismo che lo pungoleranno, incitandolo, nel percorso verso l’avvenire e l’agnizione del riscatto. L’apprendimento, così, si riversa nell’insegnamento, in un rapporto osmotico nel quale assumono la primazia l’importanza della testimonianza, il dovere della responsabilità, il valore dell’impegno, il significato della reciprocità e del riconoscimento dell’alterità come sintesi di ogni umanismo. Generazioni di allievi hanno ascoltato  e vissuto le ‘lezioni’ di Ortisi, non soltanto tra i banchi di scuola, ma nei luoghi più improbabili: nel salotto di casa, nella veranda della sua casa di campagna, su una nave, su un traghetto o un aereo, durante uno spericolato viaggio verso le «città del mondo». Il libro ha una scrittura elegante, fluida, semplice, di sobria compattezza, priva di arroccamenti accademici, sostenuta da un linguaggio virato tra lingua e dialetto, ritenendo, l’autore, che la prima esprima il concetto mentre il secondo un sentimento particolare, assoluto, irriducibile, sulla linea del Vittorini di Conversazione in Sicilia e del D’Arrigo di Horcynus orca. Il tono è ironico, antifrastico, spesso irriverente nella demolizione dei miti, nella demistificazione de pregiudizi, nella presa di posizione, sciasciana e antifideista, ma sempre ‘partigiana’, contro ogni sopruso, ingiustizia, travestimento. Un filo rosso attraversa questo libro. È il filo, gustosissimo, del cioccolato, di cui l’autore è ‘amminchiato’ sin dall’infanzia. Seguendo questo filo attraversiamo, come  nella pagina incipitaria della Recherche di Proust,  o come in un film di Ettore Scola o di Peppino Tornatore, la vita dell’autore: «gran minchiataro, visionario, cioccolattaro», per sua stessa ammissione. E «Gran Lombardo», diciamo noi, seguitando la suggestione vittoriana. Il filo, che sottende e tradisce l’allusione all’incombere delle Parche, è immagine decisiva del libro, perché rinvia, in un vibrante, inconsapevole repêchage del discorso mitico, da una parte al dolore, ineluttabile, del distacco, come fu per Orfeo e Aretusa; e dall’altra, alla «cicatrice» di Odisseo nella superba lettura che ne offre Mario Lavagetto:  segno indelebile di agnizione di identità, di storia, del ‘bios’ che si riconcilia, infine, con ‘zoé’. Per noi che, in qualche modo, ci siamo intrufolati percorrendo insieme alcuni momenti di questa vita piena, traboccante, tormentata e luminosa, sappiamo che il «filo rosso del cioccolato» non conduce al «Narciso centrifugo» dell’ultimo capitolo del libro, dove l’autore si compiace della sua «maieutica» che seduceva allievi e colleghi; o del fatto che nessuna commissione esterna abbia mai bocciato un suo allievo alla maturità; o, quando, il primo giorno di scuola, rivelava ai suoi «ragazzi» la nozione più importante della lingua greca, custodita nel futuro del verbo «λανθάνω»:  «λήσω». Come il vittoriniano Silvestro di Conversazione in Sicilia, molte generazioni, compresa la mia, hanno visto in Ortisi l’incarnazione del «Gran Lombardo», il personaggio di un’altra Sicilia, di quell’«altra Sicilia» del risveglio della coscienza civile di fronte al dramma senza tempo dell’ignavia, della compromissione e del silenzio. ‘Leso’ non smentisce questo assunto. E per l’ennesima lezione consegnata al suo libro, non possiamo che essere grati all’autore.

Salvo Sequenzia

 

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