Chi va per castelli incontra la natura e con essa i suoi tesori. In Sicilia accade così, che dal vento, tra gli appezzamenti, dentro ai profumi del Mediterraneo, si intravede la maestà di un albero venuto da lontano per raccontare dolcezze e fantasie.

Parliamo del Carrubo o Ceratonia siliqua, pianta speciale, originaria del Medio Oriente, che centinaia di anni fa viaggiò lungo le rotte commerciali nelle navi cariche di spezie; e gli Arabi – siamo intorno al IX secolo – ne riconobbero la ricchezza, le virtù culinarie, le potenzialità agricole.
Fu così che il tempo etichettò il Carrubo come “cioccolato dei poveri” per quell’aroma suadente simile al cacao che contraddistingue il suo frutto. È un albero imponente, un sempreverde che può raggiungere una decina di metri d’altezza, con una folta capigliatura, gentile riparo per i viaggiatori dalla calura estiva.

Tra le foglie dal verde intenso,piccoli fiori rossastri emanano un odore intenso che richiama il sapore dolcissimo dei grandi baccelli color marrone scuro di inizio autunno. Ma non tutti gli alberi danno frutti. Solo le femmine che hanno accolto il polline liberato nell’aria dai maschi.
Sapete, ogni baccello ha una pancia interna carnosa e gustosa che avvolge semi scuri e tondeggianti. Questi vengono chiamati “carati” perché anticamente erano utilizzati come unità di misura per l’oro e le pietre preziose. Di fatto il peso di ogni seme è verosimilmente costante, si aggira intorno ai 200 milligrammi e questo anticamente lo ha reso un fedele strumento di misurazione.
Di certo l’uso più nobile delle carrube è la cucina, specialmente per lapreparazione dei dolci. Pensiamo allo sciroppo ambrato, alle macinature che accompagnano torte e biscotti. Per non parlare di quel cioccolato ricavato dalla sua delizia, tanto che la farina che se ne ottiene in passato era chiamata “carcao”. Da un composto col grano veniva fuori una qualità di pasta, i cosiddetti “lolli”, piccoli cilindri schiacciati tipici del ragusano, che venivano serviti con le fave.
Ma il cuore del Carrubo era capace anche di raggiungere l’immaginario collettivo. L’idea di bellezza, ma ancor di più di bontà naturale legata al suo frutto, lo ha reso punto d’incontro delle fate, che non si lasciavano guardare mentre danzavano attorno al suo tronco.
E poi le ragazze in età da marito, con un rametto del nostro prezioso albero posto sotto il cuscino,sarebbero riuscite a riconoscere in sogno il loro futuro amato. Qualcuno in Sicilia racconta di alcune “belle signore” o “donne di fuora”, cinquantadue come le settimane. Queste donne erano in grado di portare fortuna o sfortuna nelle case che andavano a visitare quando di notte uscivano sotto forma di spirito lasciando il proprio corpo a riposo. I loro viaggi erano straordinari, potevano conoscere luoghi magici, uomini bellissimi e regine d’altri regni.
Ebbene, queste creature, che non avevano nulla a che vedere con le presunte streghe, utilizzavano spesso la polvere del frutto di Carrubo nelle ricette incantate di cui erano maestre supreme.
Daniela Frisone




















