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02/10/2026
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Dal cafè-chantant al cinematografo, l’alba del Trentennio siracusano tra moda, nuovi costumi e la sensazione di serenità

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Chi racconta di quegli anni riporta la sensazione di serenità che si diffondeva nel circuito cittadino. Era l’alba del Trentennio e Siracusa si dondolava in un mite viavai di piccole gioie quotidiane. Certo, l’aver perso buona parte della provincia, il ragusano, con tutte le conseguenze indotte dalla fine del controllo economico dell’altopiano ibleo, creava incidenze non fortunate nel tessuto sociale, ma alcune risorse resistevano.

Pensiamo alla pesca, all’artigianato, al commercio, all’agricoltura. Accanto ad esse il mondo aretuseo si ridestava attraverso la passione per il teatro. Nell’isolotto di Ortigia, il Teatro Comunale ospitava la stagione lirica, i concerti, gli spettacoli di prosa che attiravano i nobili locali e una borghesia complessa e stratificata. Era il tipico teatro all’italiana, dove i palchetti con sfarzosi decori si ergevano a specchio della movida del tempo. Piuttosto, il Teatro Epicarmo era in trasformazione.

L’intrattenimento cittadino pian piano salutava il cafè-chantant per inoltrarsi nella sala cinematografica. Pensate al foyer che aveva accolto gli aristocratici e i notabili, tra il fumo delle pipe e delle sigarette d’importazione, con i bicchieri colmi di vermouth e rosoli; al palco dove si erano esibite le soubrette, i fantasisti, i prestigiatori, le ballerine, i comici di varietà. Quella magia cedeva il posto a un altro incanto, il cinema.

Sul finire degli anni Venti la moda femminile abbandonava i vestiti corti, dritti, a vita bassa, le donne cominciavano a indossare abiti morbidi con il taglio in sbieco, la schiena scoperta, bellezze in raso, seta, velluto. A dispetto di ciò che aveva fermamente dichiarato Marinetti sul periodico siracusano «L’Azzurro» del 1929: «Le vesti tendono sempre più a realizzare il tipo a “ras-bas” individuato dall’ “argot” parigino; il che può tradursi: vesti corte, molto corte, cortissime…». E ancora: «Vedrete: riusciremo “ad educare” il nostro sguardo davanti a certe linee geometriche non ancora segnate dal compasso erotico della moda denudatrice!».

Per non parlare delle acconciature per cui ravvisava: «In quanto ai capelli, il 1929 segnerà la bancarotta della “garconne”: a Parigi i capelli già si allungano e fra non molto ritornerà la magnifica capigliatura, caratteristica squisita dell’eterno femminino!».

Il capo del futurismo guardava avanti, troppo avanti, sembrava avesse in mente la donna degli anni Sessanta, con miniabiti, forme geometriche, capelli lunghi. Sulla capigliatura però non si era sbagliato, il caschetto corto degli anni Venti era ormai tramontato, si insisteva ormai sulle lunghezze, le onde e i boccoli definiti.

Mentre gli uomini vestivano un’eleganza rigida, strutturata, con pantaloni a vita alta e pinces, tenuti su dalle bretelle o da una cintura stretta, camicie dai colletti rigidi, la cravatta a farfalla, il borsalino. Piuttosto la paglietta alla Chevalier andava indossata nel passeggio estivo, durante gli spettacoli al Largo Aretusa. Lo chalet dove si combinavano gli incontri e i fidanzamenti a ritmo di operetta.

Le dive e i divi del tempo, Anna Fougez, Cettina Bianchi e Nino Fluerville, erano gli esuberanti protagonisti de «La vedova allegra», «Il paese dei campanelli». Un universo sognante, inconsapevole dei terribili risvolti degli anni a venire.

Daniela Frisone

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