Canto popolare, canto d’amore. Ciò che passa attraverso la musica e le parole suggella il ritratto di un luogo. La Sicilia ci appare incantevole tra le risacche del mare, il fascino di un’alba d’estate, il profumo notturno dei gelsomini, il tenero abbraccio di un pescatore con la propria amata.

Vincenzo Curreri, musicista nato a Cefalù nel 1914, raccontò queste atmosfere, questi sentimenti, e lo fece in particolare dando vita a una canzone che ancora oggi racchiude il senso di un incomparabile amore. Comu l’unna, resa nota nel 1973 dalla versione de I Cavernicoli nel disco Un etto di Sicilia, è una barcarola folk, ovvero una composizione che mutua il dondolio dell’imbarcazione sul mare. In più arriva alla gente, perché fu scritta per la gente.

Il Curreri è nominato tra i grandi compositori di musica leggera, scrisse pezzi di notevole successo presentati alla fine degli anni Cinquanta al Festival di Sanremo, anche se non smise mai di produrre canzoni per la sua terra, pezzi di storia come Cefalù mia, incisa poi da Aurelio Fierro, e Amuri e Fantasia edita dalla Fonit-Cetra. Quest’ultima, insieme a Comu l’unna, andò a corredare in tempi recenti lo straordinario lavoro di Made in Sicily. The songs di Mara Eli, talentuosa cantante e autrice siciliana, la cui vita fu spezzata in un terribile incidente stradale nel 2008.
È la sua versione profondamente autentica e allo stesso tempo moderna e densa di swing che ci incoraggia a ricordare come il cruccio in amore è un filo sottile che illumina anni, giorni, desideri, oltre la morte, oltre la vita. La struttura della canzone è semplice e affilata, si tratta di una squisita dichiarazione.

Le emozioni di un uomo di quasi un secolo fa – nell’estro del Curreri – giunge fino ai nostri giorni in modo sincero e immediato: paragona la sua donna all’onda (non a una qualsiasi) del mare perché il suo amore è fragile, è cagionevole, viene e va. Ed è nei momenti in cui lei si allontana che lui trova conforto nella musica e più in particolare nel cantare una piccola canzone che suona così: “Iu cu tia vulissi partiri / ‘nta varca ppi nun turnari chiù / e vasariti fra celu e mari / picchì l’unicu beni si tu / Comu l’unna bedduzza nun fari / venitinni ppi sempri cu mia / iu nun amu, nun cercu chi tia / lu me cori felici si fa”.
Il repertorio della musica folkloristica siciliana non può non contemplare questo brano. Oltre alla bellezza musicale, che lo rende tra i più famosi nel mondo, la canzone di Curreri merita oggi un’attenzione particolare, perché riesce a restituire la naturalezza di immagini legate alla nostra isola e la capacità propria del siciliano di mostrare il suo modo unico di amare.
Daniela Frisone








