Quando re Martino I divenne re di Sicilia affidò la terra di Carini al miles panormitano Umberto La Grua, il quale fece sposare la sua unica figlia Ilaria al catalano Gilberto Talamanca, dando vita al ceppo familiare dei La Grua Talamanca. Una casata che nel XV secolo tinse di rosso le pareti del castello di Carini, la baronia di cui rimase in possesso fino al 1812.

Vincenzo, erede legittimo, fu lui a trasformare la fortezza che, partendo dal XII secolo, era appartenuta al normanno Rodolfo Bonello, guerriero al seguito di Ruggero, poi agli Abate e ai Chiaramonte, e finì con l’assumere un aspetto più mondano. Pensiamo al salone delle feste arricchito da bifore e trifore, dal soffitto in legno a cassettoni, splendidi elementi che accompagnarono la vita di Laura Lanza, nata a Palermo, primogenita di Cesare Lanza Conte di Mussomeli, nonché sposa a soli diciassette anni di Vincenzo La Grua Talamanca, figlio del barone di Carini.
La sua storia è celebre, ha ispirato poeti, cantastorie, musicisti, scrittori, registi. La morte di Laura, colta in flagrante adulterio con Ludovico Vernagallo, fa ancora eco tra le mura del castello. Delitto d’onore del 4 dicembre 1563: la trentacinquenne viene pugnalata, insieme all’amante, per mano del marito o più presumibilmente dal padre, lasciando un’impronta insanguinata… Qui la leggenda tace, laddove la verità diventa oggetto di studio sin dall’Ottocento, grazie alle indagini di Salomone Marino sui vari cunti tramandati, fino ai nostri giorni con la dettagliata ricerca di Vito Badalamenti. È lui a reindirizzare la sepoltura della baronessa dietro l’altare maggiore della Chiesa Madre di Carini, laddove Marino nel 1873 ne aveva trovato l’atto di morte.

Ancora, pare che non fu arma da taglio a causare l’uccisione degli amanti ma due colpi di archibugio, arma da fuoco tipica del tempo. Non solo, Ludovico, che è passato alla storia come uno scapestrato, in realtà godeva del favore del padre che gli aveva lasciato l’intera eredità. Un profilo, il suo, spesso lasciato in disparte nella leggenda che invece gravita attorno alla mano uxoricida di Vincenzo. E anche qui ci sarebbero dei ragguagli, visto che il delitto pare sia stato commesso con l’aiuto di complici di cui però si sconosce ancora l’identità.
Per quanto riguarda il La Grua, dopo l’assassinio di Laura, venne arrestato e i suoi beni confiscati per ordine del Viceré di Sicilia, forse più interessato a motivi di genere economico che non di giustizia umana. Sembra che l’omicidio celasse intrighi di potere e interessi finanziari. In realtà non fu mai istruito un processo giudiziario per la morte di Laura Lanza, bensì fu una consulta straordinaria a riunirsi a Roma, il che farebbe pensare a quanto delicato fosse il contesto in cui era avvenuto l’omicidio. Pare inoltre che anche don Cesare Lanza, padre della vittima, fosse coinvolto. La leggenda lo vede protagonista, ma le carte storiche tacciono sulla sua diretta colpevolezza. Dopo tutto certa letteratura folkloristica affonda le proprie radici laddove si è cercato deliberatamente di alterare le dinamiche di un così efferato omicidio. Non è un caso che il racconto non faccia mai cenno a un La Grua fortemente indebitato, che dopo la morte di Laura giungesse a far pignorare anche i suoi gioielli. Infine: Vincenzo sappiamo che fu incarcerato, don Cesare invece riuscì a sfuggire all’arresto grazie all’intervento del re di Spagna Carlo V, alla corte del quale riuscì ad ottenere l’archiviazione delle accuse per sé e per il genero.
Daniela Frisone











