Uno dei castelli più suggestivi di Sicilia, tra i più imponenti d’Italia, è certamente quello di Caccamo. L’incantevole paese in provincia di Palermo, che conserva vicoli e chiese di raro interesse, ma anche il lago Rosamarina, con un ponte sommersoche un tempo serviva ad attraversare il fiume San Leonardo.

Il ponte è detto chiaramontano poiché una lapide un tempo indicava che fosse stato costruito da Manfredi I Chiaramonte, nell’anno 1307, quando regnava Federico III d’Aragona.
Il maniero di cui vi parleremo si staglia in modo grandioso sulla vallata sottostante, ha mura possenti e storie che si perdono nella leggenda. Come quella del nobile Matteo Bonello, tra i primi proprietari, nemico acerrimo del re Guglielmo I, re di Sicilia, detto “Il Malo”. Bonello fece parte di una congiura contro il regnante riuscendo anche a tenerlo in ostaggio. Fu poi il popolo a liberare Guglielmo I e a rimetterlo sul trono, così che il nobile pensò bene di riparare nel maniero di Caccamo. 
Successivamente il sovrano gli tese un tranello e riuscì a incarcerarlo infliggendogli terribili torture, come privarlo degli occhi, recidergli i tendini o farlo morire di fame. Tale crudele vendetta riverbera ancora oggi nel castello caccamese. Si racconta che il fantasma di Matteo Bonello si aggiri nel “salone della congiura” della fortezza. Qualcuno giura di avere scorto la sua figura vestita con abiti dell’epoca, trascinarsi a fatica e col volto sfigurato.
In certe storie la fantasia prende il sopravvento ma è vero pure che era modus dell’epoca lasciar soffrire i propri nemicifino alla morte. Magari è per questo che sotto l’altare della piccola cappella è ancora presente una botola da cui pare che a qualche ospite poco gradito venisse imposta la sfortunata occasione di sparire. Ma parlando della struttura del maniero, possiamo invece immaginare la straordinaria bellezza che nei secoli è riuscito ad acquistare.
Con gli ampliamenti e le maggiori fortificazioni che per tutto il Trecento i Chiaramonte realizzarono, fino al secolo successivo, quando Giovanni Alfonso Henriquez, viceré di Sicilia, affidò alla cittadina lo stemma con la testa di cavallo, che si dice fosse di Cartagine, e il Triscele, le tre gambe che oggi simbolicamente incarnano la Sicilia.
Per concludere un’ultima leggenda, che curiosamente si allaccia a certe storie di truvatura di cui ci siamo occupati. In un tempo imprecisato la figlia di uno dei tanti signori che abitarono il castello, a causa del rifiuto del padre ad accettare il suo amore per un soldato, fu rinchiusa in un convento dove morì ben presto di dolore. Il racconto vuole che nelle notti di plenilunio, nell’ora della mezzanotte, la bella fanciulla vestita di bianco possa essere vista dirigersi verso la torre mentre regge in mano una melagrana. Il frutto, come in tutte le truvature che si rispettino, andrebbe consumato senza far cadere alcun chicco per poter entrare in possesso di un inestimabile tesoro, pena il vagare in compagnia del fantasma per l’eternità.
Daniela Frisone




















