La ricerca nell’immaginario collettivo ha sempre fatto il paio con il senso di crescita. Negli antichi cunti siciliani, nella grande tradizione popolare, il termine truvatura o attruvatura stava non a caso a indicare l’atto di ritrovamento di qualcosa di veramente prezioso, che avrebbe potuto cambiare la vita di chi fosse disposto a cercarlo.
In linea di massima si trattava di un tesoro, quindi di una ricchezza ben nascosta e quasi del tutto dimenticata dal popolo: di solito risaliva al periodo del dominio arabo in Sicilia. La truvatura consisteva in una sfida di enorme difficoltà, poiché mista a incantesimi presenti nell’unico rituale che poteva far raggiungere e conquistare una grossa fortuna. Non solo, nella credenza comune il modello di comportamenti da seguire per giungere alla truvatura veniva fornito in sogno da parte di un parente defunto oppure erano le cosiddette fate che potevano indicare il posto esatto e tutti i particolari del rito magico. E chi erano mai le fate se non donne dalle belle fattezze provviste di poteri soprannaturali capaci di determinare il fatum, dunque il destino del ricercante?

Appare chiaro come dietro al desiderio di tentare la sorte, di arricchirsi attraverso modalità non naturali, ci sia il passaggio a un regno nascosto, profondo, un pozzo segreto, quasi o del tutto obliato, che rifletterebbe il magico mondo dell’infanzia e le sue immense paure e prosperità. Questo modello ci spinge a ripensare alla vastità della cultura che ha custodito i luoghi delle truvature in Sicilia. Sono posti privilegiati che ci proponiamo di scovare e studiare uno per uno, cercandone, per quello che sarà possibile, le tracce più remote e fragili, tentando di aprirne i forzieri e comprendere il valore dei tesori più improbabili. Non vi anticiperemo nulla, solo sappiate che la truvatura è sempre stata depositata nei grossi muri dei castelli, nei sotterranei delle chiese, nei sottoscala di antiche case, e tante volte attendeva sotto terra in regioni solitarie, coperta da una grossa lastra di pietra che al momento giusto e solo la persona destinata poteva spostare.

Nella Sicilia occidentale si dice che a guardia di certe truvature ci poteva essere un custode, un uomo nero o un serpente, che sarebbero scomparsi come per magia al comando di una parola d’ordine. Purtroppo, anche se giunti al cospetto della truvatura, era possibile sbagliare e vedere il tesoro sparire in una nuvoletta di fumo. Forse perché – come qualcuno si diverte a raccontare – soltanto chi era in grado di mangiare una melagranasenza farne cadere per terra un solo chicco, avrebbe vinto la sua fortuna.
Daniela Frisone








