27 Novembre 2022

«L’Illustrazione Italiana», quei reportage che descrissero una Sicilia bella e dannata

Nel Natale del 1952 il settimanale «L’Illustrazione Italiana» accoglieva i diari di viaggio di grandi firme nazionali. A quanto pare quell’anno molti intellettuali, colti dal raptus del reportage, avevano visitato la Sicilia. In primis Luigi Sturzo, che scrisse uno splendido editoriale intitolato Rinascita siciliana, con cui inneggiava al processo di industrializzazione nell’Isola. Poi gli articoli, i piccoli saggi.

Ercole Patti

Quello del romanziere catanese Ercole Patti, durante uno dei suoi tanti rientri in Sicilia dalla Capitale. Il traghetto, da Punta San Giovanni a Messina, per lui aveva un “curioso odore di Oriente”. Si respirava nei sottopassaggi del battello, stracolmi di “donne con grandi ceste di frutta, di verdura, sacchetti, canestri, involti, panieri”. E ancora il mare azzurro, le verdi campagne che avanzano fino a Catania. Il pensiero ridente di un’economia isolana tirata su dai centri turistici di Taormina e Acitrezza. Poi il viaggio attorno all’Etna, diventato famoso nel volume Le parole sono pietre di Carlo Levi: la condizione poco felice dei paesi circostanti, disturbati dall’attività del vulcano, si accoppiava agli scatti spensierati dei vendemmiatori di Linguaglossa, dei goliardici contadini di Mascalucia, di un gruppo di bambini in un campo di calcio a Milo.

Sibilla Aleramo

Lo stesso anno era stata in Sicilia Sibilla Aleramo. L’autrice di Una donna, in un’intervista su «L’Unità», aveva raccontato la sua meravigliosa esperienza isolana. Aveva visitato e recitato alcune sue poesie ad Agrigento, a Messina, a Catania e a Siracusa. Esattamente qui, “in un grande cinema, piantonato per l’occasione da un plotone di celerini”. Felice anche di aver incontrato Ignazio Buttitta a Bagheria, ma anche delusa dopo una gita a Palermo: “Rivisti i monumenti, il duomo, la cappella palatina, Monreale, le ville, tutto un superbo passato. Ma un mattino ho voluto visitare almeno uno dei rioni poveri, quello dei Tribunali, detto Kalsa. Ho girato il quartiere atroce per tre ore, vicoli, vicoletti, piazzole. Conosco un poco i bassi di Napoli, conosco le borgate di Roma, non credevo potessero esistere condizioni peggiori, e invece! Nel centro della città, in interrati di pochi metri (talora non più di due metri per quattro) vivono fino a quattordici persone, senza acqua, senza luce, proprio come vermi. C’era il sole quel mattino, stavano fuori, lungo le viuzze, accosciati. I bambini che non muoiono sono di tempra rara. Qualche ragazza appare persino bella. Poco più in là c’era il Palazzo Trabia, cento stanze vuote”.

Forse lo stesso sconforto che sulla città di Archimede aveva spinto il filosofo austriaco Otto Weininger a dichiarare: “A Siracusa si può nascere o morire, non vivere”. E di rimando, Leonardo Sciascia sentì di affermare: “Niente di meno vero: Siracusa non solo è una città in cui si può vivere, ma da vivere: nessun’altra città al tempo stesso che come città si nega, si dissimula, si fa segreta e visionaria; da scoprire”. Fu dunque la scoperta del sacro che portò lo scrittore inglese Lawrence Durrell, in tempi non troppo recenti, a sostare commosso dentro la cattedrale siracusana e ad annotare: “Prendete un tempio greco, incorporatelo per intero in un edificio cristiano, al quale aggiungete successivamente una facciata normanna che viene abbattuta dal grande terremoto del 1693. Senza scoraggiarvi vi rimettete all’opera e, cambiando completamente direzione, sostituite la vecchia facciata con una deliziosa composizione barocca all’incirca del 1728-54. E il tutto, deteriorato com’è, continua a vivere e a sorridere, diffondendo nel mondo la sua immagine come se fosse stato ideato da un Leonardo o da un Michelangelo”.

Eccola l’arte di cui godiamo esaltata dalla luce chiarissima propria della nostra città. Di quella stessa luce parlava Sciascia: “pur intensa e dilagante per magia di silenzio sembra attenuarsi (ma non a velare le cose e confonderle, a renderle invece più nitide), i colori farsi più leggeri e quasi sul punto (ma in quel punto più segretamente ricchi) di essere come assorbiti, di svanire nell’aria; e il rendere le strade, le case, i monumenti a un fatto di natura: ma una natura clemente, propriamente da idillio (da stato di pace)”.

Daniela Frisone

Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Seguici sui Social