5 Ottobre 2022

L’irriverente poetica di Agatina Leti da Lentini. Gli anni ’20 e una rivista controcorrente

Siracusa all’alba del XX secolo accoglieva i primi sintomi di modernità. I giornali del tempo ne erano lo specchio. Fogli dalle tonalità pastello che raccontavano la moda, l’arte, la società attraverso piccole rubriche dedicate ai famosi caffè concerto, agli spettacoli di varietà, con magnifiche esibizioni di divette, sensazionali dimostrazioni telepatiche e strabilianti numeri di trasformisti. Era un mondo dorato, fatto di bustini, ombrellini, paralumi, colonie e pagliette. Un mondo di gossip in stile liberty tra fidanzamenti, matrimoni e tira e molla di alto rango. Tutte storie di piccola umanità che viaggiavano sulle pagine di periodici come “Il Tango”, “Il Gazzettino Rosa”, magari accanto alle pubblicità di un premiato gabinetto dentistico o di miracolose pillole contro le emorroidi e le calvizie.

Un po’ più distante dal centro c’era “La Forbice”, un’interessante rivista di carattere apolitico, sorta a Lentini nei primi anni Venti. Andò in stampa per pochi numeri ma riuscì ad accattivarsi le simpatie della gioventù locale. Oggi se ne conservano solo tre numeri del 1922. Sul primo la redazione lentinese pubblicò Via Garibaldi = 922, un testo poetico vagamente futurista che riproduceva i suoni della locomotiva, esaltati dalla varietà dei caratteri tipografici e accompagnati da espliciti riferimenti all’ambiente lentinese e al suo particolare dialetto. Lo scritto risulta anonimo, anche se in verità sembra attribuibile a una certa Agatina Leti. Una poetessa sopra le righe, che si impose ne “La Forbice” con una tale carica emotiva da subire pesanti critiche da parte dei lettori benpensanti.

Alla sua prima uscita il foglio lentinese ospitò la poesia O Letti! O Lotte! O Lutti! O Latte! (Le fasi dell’amore), in cui la Leti dava una versione molto ironica, e per l’epoca certamente libertina dell’amore. Un gioco lirico basato su uno strano accostamento di parole come “scuole, scoli, sepolcri, sipari, sopori, suppuri”, oppure “orazioni, orine, defecazioni”. E considerato il contesto periferico, il suo più che un esordio fu un vero e proprio scandalo. La poetessa controcorrente pubblicò su “La Forbice” altre due composizioni: Io, i miei sogni e le viole e Tristezza bislacca, grigia. L’ultima lascerebbe pensare che a quel tempo l’autrice avesse all’incirca vent’anni. Giovanissima, dunque, e già sotto il mirino di molte critiche sfavorevoli; questo per lo meno si desume da un articolo dal titolo Io difendo Agatina Leti, pubblicato sempre su “La Forbice”.

Ecco come l’autore, un certo Giuseppe Cinabri, difese la penna irriverente puntando il dito contro i perbenisti di provincia: “La Leti è soprattutto vera: l’animo suo vien messo a nudo nelle sue poesie, scritte in uno stile senza fronzoli, senza eufemismi o perifrasi viziose. Se a certuni, poco osservatori, è potuta sembrare immorale, ciò vien spiegato dal considerare che sebben la linea retta è la migliore, è anche la più aspra e difficile. La Leti è moralissima. Quando vi parla di papà, pipì, poppe, pupe altro non fa che combattere il matrimonio in tutta la sua banalità, il matrimonio che è la tomba dell’amore! No, non scrive la Leti per scuotere la fragilità di qualche infrollito. A questo penseranno le donne un po’ più allegre che non sia lei”. Non riusciamo a immaginare quale sia stato il destino di Agatina Leti. Sta di fatto che dopo il quarto numero, “La Forbice” chiuse i battenti, forse anche per la cattiva fama della spregiudicata poetessa.

Daniela Frisone

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