26 Novembre 2022

Quando Siracusa fu futurista

La storia delle rappresentazioni classiche a Siracusa passa dal futurismo. Era il 1921. Il giovane messinese Francesco Carrozza invita Marinetti a un raduno futurista in Sicilia. Marinetti è entusiasta, parla di sacri vulcani, di ellenismo ultraidiota, insomma invita i siciliani a combattere al grido di “Viva il Futurismo!” ma in tutta onestà declina l’invito. Forse non si era ancora reso conto della portata mediatica di una campagna anticlassicista. Soprattutto in vista della riapertura del tempio della classicità successiva alla pausa post bellica. Così la settimana prima dell’inaugurazione i giornali annunciano il suo arrivo al Teatro Greco di Siracusa in veste di corrispondente dell’«Intransigeant» di Parigi. Un’occasione “per tenere una Conferenza sull’Arte Moderna e sul Futurismo al Teatro Epicarmo” la domenica del 17 aprile, racconta il periodico «La Riscossa». 

In quella primavera del ’21 avrebbero rappresentato Le Coefore di Eschilo, ed era un’opera monumentale nella traduzione di Ettore Romagnoli con le scenografie di Duilio Cambellotti. Immaginate. Tutta la stampa regionale, compresa «L’Ora» di Palermo, era un tripudio di attese ed elogi verso il conte Mario Tommaso Gargallo per il ritorno a Siracusa di una concezione suprema dell’arte. Invece, sabato 16 aprile, giorno della prima delle Coefore al Teatro Greco, Siracusa si vide tempestata da centinaia di coloratissimi volantini. Era il manifesto futurista contro le Rappresentazioni Classiche. Una provocazione bell’e buona a firma di Francesco Carrozza, di Guglielmo Jannelli, Luciano Nicastro e Vann’Antò della rivista «La Balza futurista» e del siracusano Aldo Raciti. 

Da qui è tutto un ciclone. Il padre del Futurismo arriva il 18 aprile tra l’appoggio dei simpatizzanti e il clamoroso dissenso dei conformisti, e il giorno successivo al Teatro Epicarmo tiene la sua conferenza, bislacca, lungimirante, insolita, geniale. 

Franco Sgroj ne riporta un’attenta cronaca: “Marinetti esalta la validità delle strutture del teatro greco siracusano, ne vanta lo scenario naturale, il paesaggio incomparabile che con la luminosità dei tramonti ben può prestarsi ad una moderna, attuale, pittoresca valorizzazione del teatro in chiave spiccatamente siciliana. Con audace volo pindarico il vate del Futurismo tesse le lodi del coloritissimo folclore siciliano, dall’opera dei pupi alle celebrazioni religiose, dai costumi popolari al dialetto, tutti elementi che potrebbero e dovrebbero confluire nell’auspicato teatro siciliano e per le fortune del quale Marinetti suggerisce che il Teatro di Siracusa venga coraggiosamente svecchiato e aperto a una presa di coscienza veramente liberatoria alla rappresentazione sì dei classici, ma anche di opere di autori siciliani viventi.” 

Daniela Frisone

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